‘Gloria Bell’: il desiderio di accettare la maturità senza dover fingere.

‘You can ring my bell’, canta Anita Ward alla radio della macchina di questa bella cinquantenne con grossi occhiali e guida ‘sportiva’. Un invito, chiaro e diretto. Nessun giochino, nessun inganno.

‘Gloria Bell’, di Sebastián Lelio (2019).

Il regista cileno, a sette anni dall’uscita del suo ‘Gloria’, con Paulina Garcia (Orso d’argento alla Berlinale nel 2013), conferma il suo interesse e la sua analisi del complesso e stratificato mondo femminile e ripropone lo stesso personaggio in questo lungometraggio americano senza fronzoli e orpelli sulle emozioni, le frustrazioni, i desideri e le paure di una donna matura, in un’America dai colori giallo-ocra, a tratti biliosi alternati a uno psichedelico mix di rosa e viola che colorano notti altrimenti troppo buie.

Julianne Moore presta il volto, il corpo e un’irresistibile ironia a Gloria, cinquantenne divorziata alle prese con un lavoro impiegatizio, un vicino molesto, un gatto inquietante e due figli irrisolti e comunque indipendenti e lontani dal suo mondo.

In questo contesto, incontra Arnold con il quale nasce una storia d’amore tenera e intensa e alla quale Gloria si abbandona completamente, con la pulizia di chi non ha più bisogno di sovrastrutture ma può vivere nella trasparenza e nella lealtà.

Gloria Bell ci mostra con grazia e semplicità la difficoltà di vivere la vita per una donna che per diverse ragioni non è più inserita nel sistema-famiglia. Una donna ancora bella, concreta, focalizzata e interessante che fa i conti con il tempo che passa in modo equilibrato e sincero. Julianne Moore interpreta il ruolo magnificamente donando al personaggio una naturalezza e una disinvoltura davvero impressionanti. Il suo modo di affrontare le difficoltà con un sorriso dolce e dolente al contempo, con uno spirito di accettazione delle avversità che contribuiscono a esaltare un processo di invecchiamento non decadente ma armonioso e ‘biologico’, catturano indissolubilmente il coinvolgimento e l’affetto dello spettatore.

E pur nei silenzi e nei vuoti di una vita da single, in messaggi agli affetti che cadono nel metallo delle segreterie telefoniche, nel pop anni ‘70 che scandisce le sue giornate e la sua routine, Gloria non reprime la sua voglia di vivere, ricominciare, amare.

Di contro, Arnold (J. Turturro) è un uomo alle prese con le difficoltà di voltare pagina, schiacciato dalle responsabilità di una famiglia disfunzionale e incapace di arrivare fino in fondo a qualcosa che, in definitiva, vorrebbe. E quindi è incastrato in telefonate imbarazzanti, fughe inaspettate, segreti mai svelati.

La regia di Lelio è sincera, la macchina sul volto di Gloria in modo onesto, senza alcuna morbosità, a tratti con documentaristico distacco ma sempre con cura e attenzione.

Gloria Bell è un inno alla vita, un omaggio alla resilienza delle donne, alla loro capacità di trovare in se stesse le risorse per ripartire dopo essere cadute, sempre; un modo per scrollare le spalle e dire, con un sorriso, che in fondo non ne valeva la pena… e ricominciare a ballare. E ballare.

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