‘Sarah e Saleem – Là dove nulla è possibile’ (The reports on Sarah and Saleem, 2018) di Muayad Alayan

Attenzione, ci avvertono i titoli di testa: Trama e personaggi ispirati ad una storia vera.

“Sarah… tutto bene? Che hai?”

“Ho tradito mio marito…”

“Tutto qui? Ehi! Non è mica una tragedia, sono cose che capitano. E che poi servono a capire cosa conta veramente nella relazione, che poi diventa più solida.”

“… con un palestinese.”

“Merda! Non è possibile! Sei IMPAZZITA?! Con i milioni di israeliani che hai a disposizione… Che dirà tuo marito?”

E invece a Sarah, proprietaria di un bar, piace Saleem, fattorino. E a Saleem piace Sarah.

Ma Sarah è ebrea, di Gerusalemme Ovest, sposata con David, ufficiale dell’esercito israeliano, una figlia piccola, una bella casa; benestanti. E Saleem è arabo, di Gerusalemme Est, sposato con Bisan, studentessa universitaria, in avanzato stato di gravidanza; soldi appena sufficienti per campare.

Sarah e Saleem si piacciono e si vedono saltuariamente senza promettersi nulla, null’altro che incontri clandestini senza tante parole, lontani dai problemi legati alle rispettive famiglie. Un ‘inconveniente’ frequente, vecchio quanto il legame matrimoniale, ma che a Gerusalemme si dimostra impossibile.

Il tradimento coniugale non è tanto scandaloso quanto quello etnico. Il muro invisibile di separazione tra i due popoli, quello reale tra le due Gerusalemme alto otto metri e lungo chilometri, le recinzioni, i check-point, le guerre e i pregiudizi che dividono gli ebrei dagli arabi, non riescono ad impedire il nascere spontaneo di quella relazione, ma trappole e spie sono ovunque, la svelano e riescono a stroncarla. Di più: a manipolarla, trasformandola in benzina per alimentare il fuoco dell’odio, del conflitto che a Gerusalemme sembra necessario più del pane sfornato ogni giorno. Altro che fate l’amore, non fate la guerra… I rispettivi coniugi vengono a sapere tutto ma non per primi, e da quando Sarah e Saleem vengono scoperti il banale adulterio vien fatto diventare un intrigo politico che lievita in modo abnorme, come abnorme e patologico è il secolare e irrisolto conflitto israelo-palestinese.

Memorabile la scena in cui si svolge il dialogo paradossale sopra riportato, tra Sarah e la sua amica; speculare a quella in cui Bisan, col suo pancione, rabbiosa strappa i manifesti in cui il fedifrago e ingenuo Saleem viene celebrato come eroe martire della Resistenza.

Il duplice tema privato/politico sarebbe pesante, anzi è pesantissimo, ma i due fratelli Alayan, Muayad regista e Rami sceneggiatore, al loro secondo lungometraggio riescono ad inchiodarci alla poltrona in un crescendo di tensione e di empatia, equamente distribuita fra i quattro protagonisti. E’ sorprendente la sensibilità con cui viene dipanata la tumultuosa evoluzione dei sentimenti in ognuno dei personaggi, grazie alla sceneggiatura asciutta e all’interpretazione degli attori. E se non si può restare indifferenti all’impossibilità per Sarah e Saleem di vivere fino in fondo il destino naturale della loro relazione, si resta quasi spiazzati dall’equidistanza del regista, diciamo pure l’imparzialità che usa nel raccontare di ciascuno la forza e le debolezze, le azioni e l’incertezza.

E quest’attenzione, questo rispetto che il regista palestinese ha per la controparte valgono anche nel tratteggio dei personaggi secondari: il cognato di Saleem, la figlia di Sarah, l’avvocatessa.

Il tutto ambientato in una geografia restituita magistralmente da Alayan, che visse in quelle strade la seconda Intifada: per due ore si ha la sensazione di stare davvero a Gerusalemme, di vivere le sue contraddizioni, le sue strade di notte, magari per la prima volta.

Alla fine, tuttavia non possiamo evitare di schierarci decisamente dalla parte di chi, in questa storia di amori e bandiere, esce con maggior dignità: le due donne, Sarah e Bisan, che più dei loro uomini dimostrano di saper difendere ciò che conta.

Vincitore all’International Film Festival di Rotterdam del Premio del pubblico Hubert Bals e del Premio speciale della Giuria per la miglior sceneggiatura. Premiato come miglior film ai festival di Seattle e Durban.

Distribuito in Italia da Satine Film, in sala dal 24 aprile.

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Andrea Lilli

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