Barry Lyndon. Arte pittorica in movimento

Barry Lyndon, S.Kubrick (1975) con R. O’Neal M. Berenson, Hardy Krüger e Murray Melvin.

In Barry Lyndon, tratto da ‘Le memorie di Barry Lyndon’ di W. M. Thackeray, Kubrick reinventa un genere e lo fa assurgere a emblema di un cinema in cui la forza delle immagini e i riferimenti artistici, musicali e culturali ‘parlano’ di un secolo e lo fissano nella Storia. Il Settecento mollo e decadente si mostra e parla nel trio in mi bemolle di Schubert, leit motiv solenne e disperante del film; nei dialoghi venati dallo ‘spleen’ ironico e malinconico dei protagonisti; nella fotografia meravigliosa, illuminata dalla sola luce delle candele o da quella naturale del sole; nei tableaux vivants delle inquadrature, quadri nuovi a partire dai quadri esistenti di Hogarth, Reynolds, Füssli, Gainsborough; nel rifiuto, in nome di un galateo finto e di affettate buone maniere, di avere animo e coscienza per elevarsi davvero e salvarsi secondo l’insegnamento nietzschiano tanto caro al cineasta americano.

Nel film Kubrick carica progressivamente il paesaggio di un particolare peso nella narrazione così da ridurre altrettanto progressivamente lo spessore degli stessi protagonisti.

A Barry Lyndon non viene riconosciuto l’onore né il diritto di chiudere il film. Egli sparisce dalla storia frettolosamente, di spalle, in un’inquadratura dalla luce indistinta all’interno di una carrozza che lo inghiotte nel buio della sua grettezza e ignominia. La Storia deve essere narrata da chi, in qualche modo l’ha rappresentata.

E quindi è allo sguardo folle e perso di Lady Lyndon che è affidato il compito di decretare la fine di un’epoca nel suo aspetto sfatto, stanco, svuotato del suo stesso significato e pronto a quel 1789 che fa capolino in un angolo del titolo di pagamento che è tutto ciò che rimane della sua illusione d’amore. La mobilità sociale tentata, ambita e volgarmente bramata da Barry, il Settecento non la poteva concepire nemmeno se mascherata dietro parrucche, belletto e cipria.

Ma la storia del singolo nel film di Kubrick si perde nella Storia di un’epoca in quell’ultimo carrello che abbandona lo sguardo sull’individuo e lo fissa nel tableau vivant finale, fotografia dell’unica realtà storica che si possa concepire di rappresentare.

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