Ted Bundy: Il fascino del (vero) male

di Fabrizio Spurio

Ted Bundy – fascino criminale (2019)

regia di Joe Berlinger, con Zac Efron, Lily Collins, John Malkovich

Ted Bundy, autodefinitosi “Un sospettato innocente” è stato un serial killer che ha funestato l’America negli anni ‘70. Un omicida brutale che non provava pietà alcuna per le sue vittime, utilizzandole come corpi da distruggere e su cui sfogare i suoi istinti bestiali, arrivando anche a mordere le carni delle povere ragazze cadute sotto i suoi colpi.

Il film diretto da Joe Berlinger non si sofferma sulle vicende omicide di Bundy, ma sul suo processo.

Il film è tratto dal libro ‘The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy’ di Elizabeth Kendall, compagna del killer per molti anni. La Kendall aveva conosciuto Bundy in un bar e da quel momento non si erano più lasciati. Elizabeth Kendall non aveva mai sospettato che il marito potesse essere un mostro, eppure fu proprio lei a denunciare alla polizia la somiglianza di Bundy con un identikit mettendo così le forze dell’ordine sulle sue tracce. Dal momento in cui Ted Bundy fu accusato, la Kensall vacillò e rimase in un continuo stato di confusione, scissa tra il dubbio della colpevolezza e la speranza dell’innocenza.

Il film è girato in maniera perfetta, perchè per tutta la durata della pellicola, che si focalizza sulle vicende del processo di Ted Bundy dal suo primo arresto fino alla condanna finale, lo spettatore è posto nella stessa condizione della giuria che emise il verdetto. Non si ha mai la certezza che Ted sia colpevole. Le prove a carico vengono sempre confutate da Bundy stesso, che a un certo punto del processo, essendo egli stesso un avvocato, decide di difendersi da solo. Ted riesce a smontare le prove che gli vengono presentate e che dovrebbero incastrarlo. Punta tutto sulla creazione di un personaggio che di fatto risulta simpatico al pubblico. Comincia anche ad avere un seguito di ammiratrici, che di fatto, visti i crimini di cui era accusato, lo avrebbero dovuto odiare e ripudiare. Ma Ted conosce il potere della popolarità e lo sfrutta a suo vantaggio. Usa i media per mostrarsi innocente, trasformandosi in vittima sacrificale scelta dalla legge per dare un volto a un assassino, magari ancora a piede libero.

Bundy punta tutta la sua difesa sul voler apparire un martire sfruttato dai poteri legali per dimostrare la loro capacità esecutiva. Quindi tutte le prove vengono trasformate da Bundy in controprove che validano il suo essere martire per il bene della polizia incapace di trovare un vero colpevole. Ma Ted colpevole lo è veramente e sa perfettamente come mascherare il suo lato mostruoso. Ted è brillante, divertente e acuto. Sa affascinare chi lo ascolta, sa come sfruttare debolezze e passioni.

Usa le persone per i suoi scopi e tramite questo uso spera di riuscire a evitare la pena di morte. Ma nonostante tutta la sua genialità, i suoi tentativi di fuga sono banali e fallimentari. Ma forse anche questo fa parte del suo gioco, perchè scappare e sparire vorrebbe dire, di fatto, confessare la sua colpa. Un uomo onesto non ha paura di farsi vedere in giro. Lui già sa che verrà catturato di nuovo e questo può soltanto aumentare la sua immagine di uomo comune.

Diventerà un personaggio anche per colpa della legge che ha permesso la diretta del processo a Ted sulle telvisioni locali.

Il film racconta anche il punto di vista delle donne che entrano a far parte della sua vita: Elizabeth (interpretata da Lily Collins) che è la sua compagna, che lo vuole sostenere, ma che sarà sfiancata dalle vicende giudiziarie e vede crollare pian piano la sua fiducia nell’uomo; Karole Anne Boone (Kaya Scodelario), una sua amica di vecchia data segretamente innamorata di lui e che si schiera dalla sua parte durante tutto il processo. Un ruolo di rilievo se lo ritaglia anche il giudice Edward D. Cowart (John Malkovich) che a suo modo ammira e rispetta Ted, anche se si rende conto delle mostruosità da lui commesse: gli scambi di battute tra i due sono ironici e misurati, un vero scontro/confronto di menti ( follemente) lucide.

Il film alla fine conduce lo spettatore a una riflessione profonda: a un certo punto del film inevitabilmente ci si sente di simpatizzare per il punto di vista di Ted Bundy. Ci si affeziona a lui e forse, poco prima della lettura del verdetto finale, si spera anche che venga scagionato da tutte le accuse.

Ma come si vedrà anche noi siamo caduti nella sua trappola intessuta finemente con le armi della simpatia, della spontaneità, del dubbio instillato parola dopo parola. Alla fine Ted riesce ad affascinare anche noi. Forse è questa nostra debolezza la cosa che ci spaventa più di tutto: provare empatia per un mostro sanguinario e pensare che esiste un abisso dentro di noi che può concepire una Pietas che con la ragione sarebbe inconcepibile.

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