‘Quel giorno d’estate’ (Amanda, 2018) di Mikhaël Hers

di Andrea Lilli

Prima di attraversare la strada

prendimi la mano

La vita è ciò che ti succede

mentre sei impegnato a fare altri piani

(John Lennon)

 

David ha 22 anni e non è più un ragazzino, ma non ancora un adulto. Ha l’età in cui devi cambiare, hai fretta di muoverti verso quel te stesso che ti (a)spetta, e lo cerchi trovando casa, un lavoro, diversi lavori, quel che capita: incaricato immobiliare, potatore acrobatico di alberi…  e una ragazza, per esempio Léna -un’incantevole Stacy Martin (Nymphomaniac, Il racconto dei racconti, Il mio Godard) -, quella giusta che dà senso al tutto.

David non si risparmia, gira per Parigi tutto il giorno e gli resta poco tempo libero, perché tra l’altro è anche l’unico cui la sorella maggiore Sandrine possa chiedere un aiuto. Anche lei ha poco tempo: lavora, vive sola con questa piccola figlia, Amanda, che deve andare e tornare da scuola, fare i compiti, addormentarsi, svegliarsi, fare colazione, e quando Sandrine non può ci pensa zio David. Ecco allora David che dalla mattina presto alla sera tardi incontra clienti e s’arrampica sui rami, pedala e corre tra le macchine, accompagna Amanda, paziente e tenace costruisce la sua “vita da mediano” (al pubblico calcistico stagionato, David/Vincent Lacoste ricorda i lineamenti di Gaetano Scirea giovane), calmo e disponibile corre su e giù, macina chilometri… fino al colpo basso, tremendo, imprevedibile quanto assurdo.

La mazzata arriva nel momento in cui tutto sembra andare per il meglio, e si abbatte cieca creando un dolore inaudito, un vuoto assoluto che diventa inspiegabile a una bambina come Amanda e che per il resto del film dovrà essere riempito dall’antieroe David, ormai costretto a diventare adulto. Abbiamo già visto bambine legate a rapporti paterni non tradizionali in film indimenticabili come Alice nelle città, o Mi chiamo Sam, o Little Miss Sunshine, ma qui il contesto è più che pesante: plumbeo. A renderlo sostenibile è provvidenziale la recitazione della piccola Isaure Multrier che è superba, incredibilmente disinvolta. Alla sua prima prova cinematografica, dimostra una capacità di identificazione col personaggio superiore all’esperienza del resto del cast, tanto che talvolta sembra lei fuori copione a prendersi il centro della scena.

Si va al cinema per ridere, piangere, riflettere, evadere, condividere… Questo è un film per elaborare il lutto, un film terapeutico conseguente all’episodio terroristico più sconvolgente vissuto in Francia dal dopoguerra, anche se nella sceneggiatura non viene citato esplicitamente. Il 13 novembre 2015, in sei diversi punti Parigi divenne bersaglio di fanatici dell’ISIS che causarono 130 morti e 370 feriti, la maggior parte dei quali assistevano ad un concerto rock nel teatro Bataclan . “Elvis has left the building”: Sandrine spiega ad Amanda la storia di questa frase, e madre e figlia ballano il rock&roll di Elvis Presley in una delle più belle scene del film. Da allora la vita nella capitale francese si è trasformata, la sorveglianza e la paura sono aumentate, ma soprattutto i feriti e i parenti delle vittime sono cambiati. Il loro trauma è profondo, lento da curare.

Avrà loro fatto bene questo film, in cui si piange e ci si abbraccia molto per consolarsi, ma che è percorso da quell’insopprimibile spirito vitale che resta tipicamente parigino, come i baci di saluto sulle due guance, una joie de vivre – ci dispiace per i fondamentalisti e i razzisti – ormai definitivamente multietnica, in tutte le capitali occidentali.  

Selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2018

In sala dal 30 maggio

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