Le due inglesi (e il continente): la sublime imperfezione di un maestro

di Laura Pozzi

Nella filmografia di ogni grande autore non è raro imbattersi nel classico film maledetto, o per dirla con le parole di François Truffaut riferendosi a “Marnie” di Alfred Hitchcook “il grande film malato”. Una sorta di capolavoro mancato, un figliol prodigo fortemente voluto, ma capace di mettere in discussione l’intera produzione artistica del suo creatore. E paradossalmente e per nostra fortuna lo stesso Truffaut non è riuscito a scongiurare questa insidiosa, ma inevitabile tappa nel percorso di ogni maestro. ‘Le due inglesi (e il continente)’, realizzato nel 1971, è un film inafferrabile, mutevole, dolente, circondato da un alone impenetrabile. Non a caso fu letteralmente stroncato dalla critica e lo stesso Truffaut rinnegò in parte la sua creatura mutilandola di quattordici minuti dopo le prime recensioni e poi ancora sulle singole copie distribuite. Il perché di tanto insuccesso, che non ha nulla a che vedere con l’altissimo valore dell’opera, è da ricercarsi invece nella totale assenza di filtri o sovrastrutture con le quali l’uomo Truffaut si mette in gioco.

Per farlo punta nuovamente su Jean -Pierre Léaud, suo inseparabile alter ego per la prima volta orfano di Antoine Doinel, sulla complicità del fido Henri-Pierre Roché già ispiratore di Jules e Jim e sulla ricercatezza formale di Nestor Almendros. Le due inglesi, pur avendo in comune con l’illustre predecessore un triangolo amoroso (un uomo conteso da due sorelle) ne prende coraggiosamente le distanze, costruendo sull’autonegazione di desideri, pulsioni e sentimenti la sua roccaforte.

E se l’eros sembra raggelato da un funesto e oscuro sortilegio, il corpo (inteso non solo come presenza fisica), diviene involucro da infrangere, omettere, deflorare. Del resto l’incipit dove il giovane Claude volteggia spensierato sull’altalena, per poi trovarsi a terra con una gamba fratturata la dice lunga sulle reali intenzioni di una storia decisamente poco incline al gioco, ma votata ad una lacerazione spazio temporale, dove (come osserverà Claude nel finale) la vecchiaia sorprende senza preavviso portando con sé l’atroce dubbio di aver vissuto una vita destinata a qualcun altro.

Nel realizzare il suo film più personale e sofferto Truffaut si avvale di una narrazione meravigliosamente sbilanciata, priva di punti fermi. Tutti i meccanismi di controllo perdono compattezza disperdendosi nella fuggevolezza e inquietudine del plot. L’unica costante è il suo febbrile commento off, apprezzabile nella versione originale e le missive con cui i tre giovani fanno viaggiare confessioni e peccati da espiare.

I riferimenti letterari sono molteplici: non solo Pierre Roché, ma anche sottili e chiare allusioni alle venerate sorelle Brontë che Truffaut sembra ritrovare nelle pagine del romanzo ispiratore e per ultimo l’amato Honoré de Balzac, muto e maestoso testimone scultoreo. La letteratura è elemento imprescindibile a partire dagli incisivi titoli di testa resi vibranti dall’ efficace partitura musicale di Georges Delerue dove il libro di Roché compare in tutte le sue forme ( copie, copertina, testo, annotazioni dello stesso Truffaut) fino a Jerôme et Julien, romanzo antidoto scritto da Claude.

In questo romanzo rivendica le mancate aspirazioni artistiche ammettendo la propria incapacità di vivere e soffrire in prima persona:”Adesso mi sento meglio, ho l’impressione che saranno i personaggi del libro a soffrire al posto mio”.

Una lucida riflessione che riguarda lo stesso regista vittima in quel periodo di un profondo stato depressivo, alleviato dalla realizzazione di un film che si rivelerà (almeno sulle prime) tra i più incompresi di sempre. E Il suo malessere finisce per riversarsi fatalmente anche sulle due protagoniste: Anne e Muriel Brown sono due sorelle accomunate dallo stesso sangue e dallo stesso desiderio di conquista per quel “continente” francese incapace di tener testa ad una madre padrona, castratrice di emozioni.

Claude si rivela inaspettatamente bersaglio ideale per testare il loro indissolubile legame facendo leva su slanci confusi e sentimenti repressi. Nonostante Anne renda vivo e immortale il suo desiderio attraverso le sculture, questo non la salverà da una fine precoce, mentre la cagionevole Muriel malgrado i suoi disturbi visivi sarà la sola a vedere una via di fuga per sopravvivere a quell’ossessione amorosa. “Piuttosto che un film sull’amore fisico, ho cercato di fare un film fisico sull’amore”. Missione compiuta, (grande) François!

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