Tragedia e vendetta ne ‘Il sacrificio del cervo sacro’ di Y. Lanthimos

di Roberta Lamonica

Agamennone: …il potere,

sebben dolce, ad averlo t’accora.

Uno sbaglio talor verso i Numi

la tua vita sconvolge; talora

la cruccian gli umori

degli uomini, tristi e discordi…

(Ifigenia in Aulide, Euripide)

Premiato a Cannes 2017 con il Prix du Scénario, Il sacrificio del cervo sacro è il penultimo lavoro del cineasta greco Yorgos Lanthimos (The Lobster, Alps, Dogtooth, Kinetta).

È un film interessante per quanto riguarda l’uso delle immagini e il gusto per un certo tipo di regia. Lanthimos strizza l’occhio al Kubrick di The Shining e di Eyes Wide Shut sia per i movimenti di macchina (grandangoli, carrellate, bird-eye shots) che per le inquadrature, impeccabili e perfette, nonché per la caratterizzazione di alcuni dei personaggi, altrimenti marionette senza anima. Molte le suggestioni anche dall’universo di Haneke, con una chiara predilezione per una recitazione apatica e fredda e per ambientazioni dall’estetica asettica e respingente.

Un viaggio dentro le paure più inconfessabili dell’uomo, il sacrificio del cervo sacro, che non riesce mai a catturare l’anima dello spettatore ma ne scopre i nervi di fronte all’impotenza ingessata e a tratti quasi ridicola dei protagonisti e alla banalizzazione della rappresentazione di una lotta per la sopravvivenza che non attinge a istinti primordiali ma a un incolore e poco delineato gioco psicologico.

Raffinata come sempre nei suoi film la sceneggiatura, scritta con il fido collaboratore Efthymis Filippou. Lanthimos non spiega ma aggiunge e incrementa elementi nella prima parte del film, senza che lo spettatore sia pienamente consapevole di quello che si sta svolgendo davanti ai suoi occhi. Poi arriva la l’epifania, l’agnizione e tutto acquista senso(?!) e il film conduce lo spettatore direttamente nel baratro dell’insensatezza e della crudeltà umana.

Film pervaso da una vena politica come tutta la filmografia di Lanthimos finora, Il Sacrificio del Cervo Sacro è una metafora spietata e atroce del mondo capitalistico e progredito in cui siamo ‘costretti’ a vivere. Ingabbiati in un archetipo di famiglia, manipolati dalle nostre certezze scientifiche, dal nostro progresso, viviamo tutti in un orizzonte ristretto e soffocante. Non ne vediamo l’uscita e non riusciamo neppure a concepirla.

Una minaccia ci terrorizza, nella forma di mistero inconoscibile o attacco ai nostri valori borghesi( i bisogni delle classi più svantaggiate? Lo spettro della crisi economica in Grecia sempre in mente); ci percuote fino a farci soccombere perché non abbiamo mezzi adeguati per difenderci.

Steven (Colin Farrell) è un cardiologo di successo che lavora in un ospedale di Cincinnati dove vive con la bella e altrettanto di successo moglie Anna (Nicole Kidman) e i figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic).

Al contempo intrattiene un rapporto piuttosto peculiare con Martin (Barry Keoghan), un adolescente mite e silenzioso; rapporto in cui si alternano attenzioni quasi genitoriali e atteggiamenti freddi e distaccati. L’inserimento di Martin nella vita domestica di Steven segnerà l’inizio di un’escalation di rivelazioni e scioccanti verità che proietteranno Steven e la sua famiglia in una spirale di orrore e angoscia senza fine. C’è un prezzo da pagare per un errore commesso e il prezzo da pagare si configura come assurdo sacrificio.

Il titolo originale del film è ‘The Killing of a sacred deer’ dove ‘killing’ significa letteralmente ‘uccisione’ e il ‘sacred deer’ è UN cervo sacro e non IL cervo sacro. Le precisazioni sulla traduzione italiana sono importanti per capire un aspetto fondamentale del film: il tema del sacrificio (offering). Il sacrificio nella ritualità pagana (l’Ifigenia in Aulide di Euripide è chiara ispirazione del film) e anche cristiana (il sacrificio di Isacco) ha la funzione di risposta a una chiamata da parte del divino come offerta in cambio di un favore o come ‘risarcimento’ per il peccato di ‘hubris’ di cui sovente si macchiano i re.

L’uccisione assume invece i contorni di un delitto senza motivazioni né giustificazioni e innescato dal maligno che alberga inevitabilmente nell’essere umano.

Nel film di Lanthimos l’uccisione non è circostanziata al primogenito del re, come nella tragedia greca o nella Parola cristiana, con la chiara simbologia di rinuncia alla perpetuazione della stirpe, massima espressione di sottomissione al volere divino, ma è governata dal caso più cieco e bieco fino ad assumere i tratti di una tragicomica roulette russa.

E l’ambiguità sul significato del sacrificio nel film strania lo spettatore e lo disorienta non riuscendo quest’ultimo a cogliere la reale motivazione dietro il rapido precipitare degli eventi.

Pur allontanandosi, dunque, dal modello classico a cui si ispira, ‘Il sacrificio del cervo sacro’ ne è permeato e profondamente influenzato. Innanzitutto nella recitazione dei suoi attori; una recitazione fredda, lucida, assolutamente distante da ogni passione e fissa come il ‘prosopon’, la maschera che gli attori dovevano indossare nella tragedia greca e che erano unico indicatore e del personaggio e delle emozioni che dovevano veicolare.

E poi nei dialoghi: surreali, a tratti grotteschi, quasi fossero ‘parti’ recitate senza intonazione o tradotte malamente in una lingua ‘lontana’ e inadeguata alla trasmissione del messaggio stesso. Dialoghi che a tratti suscitano ilarità perché paiono interrompere in modo goffo il flusso dell’immane tragedia di una scelta che Lanthimos non cessa mai di ricordare.

Il sovrannaturale, il divino che è alla base del sacrificio nel modello euripideo assume qui, come già detto, i contorni di un non ben identificato supernaturale, di un potere mentale che ha perversamente a che fare con il maligno.

Martin potrebbe essere il maligno: l’angelo caduto che dietro modi cortesi e ostentatamente urbani scava nella gelida perfezione della vita di Steven rompendo un equilibrio fatto di anestesia delle emozioni e dei sentimenti e portando irrazionalità e follia laddove c’era ordine e scienza. Ma Martin, in un’analisi politica, potrebbe rappresentare anche l’ostinata e indomita resistenza dei popoli oppressi al capitalismo senz’anima che governa il mondo occidentale.

Il contrasto oppositivo tra razionale e irrazionale è tema imprescindibile del Sacrificio del cervo sacro.

Martin è disturbato ma è razionale e scientifico nell’esigere che il sacrificio abbia luogo. Si appella a una giustizia fatta di prerazionale soddisfazione, di istintivo riscatto e lo fa con una tale lucida consapevolezza da spiazzare Steven e Anna che, rappresentati a proprio agio solo nei corridoi degli ospedali o nelle sale riunioni degli stessi, non potranno far altro che soccombere a un supernaturale che disturba ancora di più per il fatto di non trovare motivazione e risposta nelle intenzioni stesse del regista.

Forse la risposta è nello sfondo nero che prelude a quel cuore che pulsa, vivo e vero nella prima scena del film e che riempie nuovamente lo schermo subito dopo.

Il mistero inconoscibile della vita che non strizza l’occhio a nessuna ipotesi di creazione ma che preferisce trovare il senso nella consapevolezza che la fine è stabilita da forze inconoscibili e irrazionali alle quali si può opporre solo il nero di uno schermo o il buio di una benda sugli occhi.

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