Il bambino che scoprì il mondo, Brasile/2013 Regia Alê Abreu

di Girolamo Di Noto

“Un vigore anche passeggero del corpo che influisca sullo spirito, gli fa vedere dei rapporti fra cose disparatissime, trovare dei paragoni, delle similitudini astrusissime e ingegnosissime “.

(G. Leopardi)

Uno spensierato e fantasioso bambino passa le giornate con i suoi genitori in campagna vivendo nella semplicità e nella bellezza che la natura gli offre: pesci, alberi, nuvole e tutto diventa un pretesto per giocare e per dare briglia sciolta all’immaginazione.

Un giorno, però, il padre è costretto a partire per la grande città in cerca di lavoro senza lasciargli altro che il ricordo di una dolce melodia indimenticabile che a lui suonava sempre con il flauto. Del padre non gli resta che una foto, qualche vago ricordo e la melodia. Non può bastargli. Decide così di mettersi sulle sue tracce. Affronterà imprevisti, dovrà per forza di cose crescere, ma anche quando sarà grande qualcosa del fanciullo che c’era in lui rimarrà per sempre.

Candidato tardivamente all’ Oscar 2016 come miglior film d’animazione, lontano dagli effetti speciali di un cartoon disneyano, il film di Abreu è un piccolo gioiello di tenerezza: incarna nel suo stile artigianale la meravigliosa semplicità dell’infanzia, l’innocenza e la curiosità insaziabile del bambino e soprattutto la sua percezione ludica della realtà che gli permette di salvarsi dal mondo alienante dell’adulto, un mondo meccanico, futuristico, disumanizzato, artificiale. Il nostro piccolo eroe, disegnato con due braccine stilizzate, tre ciuffi di capelli, senza bocca, con due fessure nere come occhi, si muove- nella permanente ricerca del padre- in un mondo dove la bellezza e la musica devono cercare di resistere al mostro del progresso, in un Brasile in cui vengono impiantate industrie a ripetizione, i lavoratori sono simili a zombie, le città un agglomerato di fabbriche meccanizzate, dalla presenza pervasiva della pubblicità che nasconde la povertà delle baracche;

in un Brasile, come ha scritto lo scrittore brasiliano Jorge Amado nel suo romanzo Vita e miracoli di Tieta d’Agreste, ” in cui stampa, radio e televisione uniformano costumi, morale, mode e linguaggio spazzando via come immondizia abitudini, espressioni e passatempi di tipo regionale “.

Festa, colori, musica e soprattutto la tradizionale bonomia brasileira sono spazzate via dal decantato progresso, vivono ai margini di questo mondo cupo, in cui gli abitanti sono rimpiazzati da immagini televisive e luci artificiali poco hanno da illuminare se non fabbriche inquinanti, porti immensi e città sovraffollate.

Il film di Abreu- che trova la sua mirabile originalità nel fatto che è costruito senza dialoghi, con solo qualche battuta pronunciata in uno strano portoghese rovesciato- non è però solo un racconto di formazione per bambini, né soltanto una riflessione sulla condizione dei lavoratori e sull’alienazione dell’individuo.

La forza di questo film sta tutta nella poesia dello sguardo del bambino, uno sguardo che deforma la realtà che lo circonda, la poetizza.

A far commuovere lo spettatore e scaldargli il cuore è non solo la malinconia del bambino, la sua fragilità emotiva, la ricerca del padre, ma anche quella caratteristica tipica dei fanciulli che Leopardi sintetizzava nella ” facilità mirabile di ravvicinare e rassomigliare gli oggetti “. Per salvarsi da quel mondo cupo e minaccioso e adulto, il bimbo grazie all’immaginazione riesce magicamente a rianimare oggetti che vengono così straniati dal loro contesto naturale e dalla loro funzione concreta. L’immaginazione diventa àncora di salvezza.

Il treno che porta via il padre si tramuta in bruco, le gru sono fenicotteri che depositano container su navi cigno, carri armati diventano enormi elefanti. Tutto ciò che suggerisce esclusione, dolore, amara realtà viene trasfigurato dalla ” virtù del caro immaginar ” e il mondo che il bambino pian piano scopre, grazie al gioco della infinita metamorfosi, sarà più accettato e ben voluto.

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