Il Genio ha perso la magia.

di Fabrizio Spurio

Aladdin (2019) di Guy Ritchie

Il film nasce dalla narrazione del Genio (interpretato da Will Smith), ormai umano, ai suoi figli sulle vicende che lo hanno portato a sposare la loro madre. La famiglia è su una barca. Il film quindi sembra offrirci uno spettacolo per gli occhi. Ma già dopo questo prologo ecco partire la sigla durante la quale ci vengono presentati i luoghi ed i personaggi del film. Già da qui si può capire che rispetto al film d’animazione originale del 1992 da cui la pellicola è tratta ci sono delle divergenze. Purtroppo molte di queste divergenze penalizzano quest’opera. Il live action risulta, ad uno sguardo totale, povero rispetto ai mezzi che sembrano essere stati messi in campo. La regia risulta essere semplice, lineare, di mestiere, e non offre sbalzi emozionali particolari. Tutto scivola via in un parallelismo di eventi che rispecchia quelli del cartone animato. Ma in realtà il cartone risulta di gran lunga più spettacolare del film. Molte sequenze, che era lecito aspettarsi spettacolari, si risolvono con un anonimato di costruzione di inquadrature e di montaggio di routine.

Durante la sequenza dell’ingresso di Aladdin ad Agraba, sotto le spoglie del principe Alì, si vorrebbe vedere più azione, più enfasi nell’avanzata della parata. Mentre Ritchie si accontenta di inquadrare l’ennesimo balletto in stile Bollywood (ma del quale non presenta però la stessa sfarzosità e spettacolarità) come a volerci presentare il numero musicale da un punto di vista prettamente teatrale e statico. Certo, ci sono anche delle inquadrature un po’ più cinematografiche. Ma nel complesso sembra come se il film fosse stato girato con il pensiero “vorrei ma non posso”. Le stesse comparse che impersonano il popolo sembrano spaesate, messe li solamente per fare numero. I numeri musicali purtroppo perdono con il paragone delle canzoni originali del cartone animato, con traduzioni e adattamenti che ne stravolgono il testo, lo complicano e lo rendono anche più sgraziato. Spesso infastidisce anche sentire parentesi musicali inserite a forza durante le scene. Anche le canzoni create appositamente per la pellicola, composte dal Alan Menken, lo stesso autore (insieme al compianto Howard Ashman) della colonna sonora del cartone originale, risultano poco piacevoli ed orecchiabili. Solamente la canzone romantica “Il Mondo è Mio” cantata da Jasmine e Aladdin durante un volo notturno sul tappeto magico, rimane fedele anche nel testo alla versione originale, probabilmente per una sorta di omaggio alla pellicola del 1992.

I due attori che interpretano Aladdin (Mena Massoud) e Jasmine (Naomi Scott) non convincono. Mena Massoud non coinvolge e lo spettatore non si immedesima in lui, risultando anche monoespressivo, Naomi Scott recita la sua parte con sufficienza ma con scarso coinvolgimento. Il personaggio di Jafar (Marwan Kenzari), risulta essere poco sfruttato, interpretando il suo ruolo di villain senza essere particolarmente incisivo. Il suo ruolo si risolve solo con una sequela di sguardi intensi che vorrebbero essere inquietanti ma non ci riescono molto. In fine il Genio (Will Smith) che cerca di trascinare la vicenda, di vivacizzarla, ma fa quello che può con quello che gli hanno dato. I suoi siparietti comici come genio sono simpatici, le due celebri canzoni “Un Amico come Me” e “Principe Ali” sono eseguite con verve e simpatia, e nel caso della prima anche con una discreta coreografia. Ma rientriamo poi nel piattismo della pellicola. E’ come se ci fossero dei picchi durante il quale la produzione si è impegnata, come ad esempio la succitata sequenza canora de “Un Amico Come Me” e nell’altra sequenza dell’esplorazione della Caverna delle Meraviglie, e poi abbia lasciato andare in tutto il resto.

Quelli che nel cartone animato erano personaggi, mi riferisco agli animali tipici compagni che fanno da spalla ai protagonisti, il pappagallo Jago, la tigre Raja e la scimmietta Abù, sono qui semplicemente abbozzati e rimandati ad un contorno utile solo a strappare qualche sorriso, e quello di cui si sente la mancanza è proprio il carattere petulante di Jago, che nel cartone animato era un perfetto contraltare di Jafar con il quale aveva dei dialoghi brillanti e costruiti in modo dinamico e divertente. Tornando a Jafar, quello che manca in lui è la personalità che lo caratterizzava nell’originale, in un certo senso anche la sua simpatia. Siamo di fronte ad un cattivo piatto, un po’ in linea con tutti gli altri personaggi. La delusione maggiore arriva però proprio alla fine della pellicola, che dopo aver copiato per tutto lo svolgimento la trama dell’originale con lievi aggiunte, proprio nel finale tradisce il cartone animato, realizzando uno scontro tra Jafar e Aladdin molto più banale di quanto ci si aspetterebbe (ci si riferisce alla bella sequenza del cartone animato in cui Jafar assume le sembianze di un gigantesco serpente, mentre in questo remake non se ne vede traccia, a parte un’eco nel bastone magico del mago in foggia di cobra), con una soluzione che tutti quelli che hanno visto il cartone del ’92 conoscono, e che arriva troppo velocemente e facilmente.

In definitiva un film che arriva alla sufficienza, ma del quale non rimarrà traccia scomparendo ben presto nel mare dei remake live action che sembrano ormai essere l’unico interesse della Disney.

2 risposte a "Il Genio ha perso la magia."

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