I documentari di Vittorio De Seta: ultime testimonianze di un’Italia scomparsa

di Girolamo Di Noto

” Sempre poveri nuie sime stete

dinta a sta lote

amme sempre abitete,

questa lote è nu brutto cavuto,

pe’ nuie poverette la vita è fenuta”.

(Matteo Salvatore, Sempre poveri)

Avvicinarsi alle immagini di un grande regista, lambire il suo pensiero, giocare con i suoi sguardi, di certo ha sempre sedotto lo spettatore più attento, anche quando quest’incanto si accompagna ad una struggente inquietudine. La bellezza di un film richiama sempre, trascina con sé un profluvio di emozioni che non solo non possono essere capite completamente, spiegate del tutto, tanto meno risolte nel grigiore di una definizione, ma lasciano anche un senso di malinconia struggente, una nostalgia propria di chi si accosta a cercare un mondo perduto che adesso non c’è più.

La figura di Vittorio De Seta, a tal proposito, si erge nel panorama del cinema italiano come quella del regista che più di ogni altro ha saputo raccontare la dignitosa bellezza di un mondo, quello dei contadini, dei pescatori, dei pastori dell’Italia del Sud negli anni ’50 destinato di lì a poco a diventare arcaico e quasi dimenticato.

Nato a Palermo nel 1923, di nobile famiglia calabrese, De Seta esordisce nel cinema a trent’anni. Tra il 1954 e il 1959 realizza dieci documentari, tra cui sette girati in Sicilia( Lu tempu di li pisci spata, Isole di fuoco, Surfarara, Pasqua in Sicilia, Contadini del mare, Parabola d’oro, Pescherecci), due in Sardegna( Pastori di Orgosolo, Un giorno in Barbagia), uno in Calabria ( I dimenticati ), tutti inseriti all’ interno della collana Il mondo perduto, pubblicata da Feltrinelli nel 2008.

Si tratta di opere, “brani di cinema senza personaggi “, come ebbe a dire lo stesso regista, che testimoniano come sui campi, sul mare, nelle miniere si attuava ogni giorno l’immane e nobile dramma del lavoro umano. La pesca del pesce spada sullo stretto di Messina, la tonnara, i pastori della Barbagia, i dimenticati di un paesino calabrese vengono raccontati con i loro gesti, i loro riti, le loro giornate che si ripetono: sono facce di fatica, gente- come ebbe modo di notare Martin Scorsese- ” che cercava la redenzione attraverso il lavoro manuale nelle viscere della terra, in mare aperto, tagliando il grano”.

In questo quadro crepuscolare, in questo mondo popolato da umili, a radicarsi in De Seta sono di certo la lezione di Visconti de La terra trema(1948) o gli straordinari documentari di Flaherty- si pensi in particolare a L’uomo di Aran(1934), ma anche l’esperienza più importante della narrativa del secondo Ottocento, il Verismo, che è parte vitale della ” sicilianità ” del nostro regista. Nell’esperienza del Verismo si manifestano alcuni caratteri distintivi del cinema di De Seta: il mondo contadino, il lavoro nelle miniere di zolfo, il linguaggio che si esprime in sguardi, il rifiuto dell’ idea del progresso, la condizione marginale degli umili che vivono in uno stretto rapporto con l’ambiente fisico.

Nei documentari di De Seta nessuno si distingue dagli altri. Il regista non fa ricorso all’ attore, né tanto meno è presente un eroe. I personaggi non hanno un nome, non parlano quasi mai, sanno attendere in silenzio. La capacità di saper centellinare i commenti della voce fuori campo è un tratto peculiare delle opere del regista: il silenzio regna su tutto. È funzionale nei momenti di attesa e di concentrazione prima dell’ inizio della caccia, prima che il grido della vedetta faccia esplodere il lavoro, la cattura del tonno o del pesce spada che è anche ragione di vita; è un riflesso, un effetto indiretto di altri suoni( il battito dei remi, lo sciacquio del mare, le campane in lontananza); ed è anche un elemento fondamentale che accompagna le meravigliose immagini di vita domestica che vedono protagoniste soprattutto le donne: si pensi ad esempio alla descrizione minuziosa della preparazione e della cottura del pane o della bambina accudita attorno al focolare o delle donne intente a lavare sulla spiaggia mentre gli uomini sono in mare. Fotogrammi che testimoniano dedizione, coesione, identità e soprattutto amore e rispetto verso la natura come è straordinariamente rappresentato nel cappello levato a mattanza finita dai ” contadini del mare” in segno di umiltà. Il merito di De Seta è stato quello di aver fissato per sempre un mondo che di lì a poco stava per cambiare.

Singolare è il fatto che il regista ritornerà in Sicilia venticinque anni dopo e realizzerà un film in quattro episodi, dal titolo La Sicilia rivisitata( Italia/1980).

Ebbene, De Seta si trova davanti ad un mondo profondamente cambiato, dominato, come scrisse Pasolini, da uno ” sviluppo senza progresso”.

” Cosa è rimasto di tutto questo oggi”? – si chiede il regista commentando i vari episodi. ” È rimasta la cacciata di pescatori e contadini dalla Sicilia, è rimasta la violenza dell’emigrazione, del passaggio degli zolfatari da Riesi alle miniere di carbone di Marcinelle. Campi, cave abbandonati, orti e giardini caduti in disuso. La stessa cosa è avvenuta sul mare a Favignana, un tempo regno incontrastato delle grandi tonnare. A causa delle tonnare volanti e delle paranze, le reti a strascico, i tonni cambiano rotta. Oggi si pescano 700 tonni contro i 12-15.000 di un tempo. ” La pesca del pesce spada andava avanti così da duemila anni quando io l’ho girata. Ci sono vasi fenici che la illustrano, e le immagini sono le stesse del ’54. Chi poteva pensare a cosa sarebbe successo dopo in Italia, con gli anni Sessanta”?

Un altro segno di frattura che si è consumata tra passato e presente sono i villaggi turistici, costruzioni stereotipate, uguali a tutte le altre, primi esempi di non-luoghi della modernità.

È in questo contesto che forse possiamo meglio vedere calato il sipario sul mondo perduto: nel quarto episodio del film, De Seta inquadra i tonnaroti di Favignana che non pescano più il tonno, ma vanno ad esibirsi nel dancing di un villaggio turistico tirando le reti su un mare di pannelli di plastica e intrattenendo i turisti con i loro canti tradizionali. Subito dopo la voce di Donna Summer che fa ballare i vacanzieri non fa altro che suggellare la fine di un mondo antico che può essere solo ricordato in un’esibizione, come triste fenomeno da baraccone.

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