The Place – Cosa siamo disposti a fare per ottenere la felicità?

di Mauro Valentini

Chi è quell’uomo, seduto all’angolo di un bar che scrive freneticamente appunti dentro un’agenda già piena di cose scritte? Chi può essere? Un mago? Il diavolo? Dio? Il fato?

Appena dopo un anno da “Perfetti sconosciuti”, P. Genovese aveva riportato in scena in un luogo chiuso e angusto una seconda squadra di grandi attori italiani, trascinandosi qualcuno da quella tavola imbandita con sette cellulari sopra. Stavolta però quel pizzico di commedia sociale che quel grande successo aveva insito nella trama sparisce completamente perché in “The Place” si fa sul serio. Il dramma è palpabile da subito… Non sappiamo perché quelle persone si siedono difronte a quell’uomo, chi li manda, ma sappiamo cosa vogliono. E sappiamo cosa sono disposti a fare per averlo. C’è chi chiede la guarigione alle malattie dei loro cari, chi vuole solo la pace interiore e chi nonostante una bellezza sfacciata desidera ancora di più dal suo aspetto. E quell’uomo senza nome e senza tempo chiede cose terribili, da i compiti e se quei compiti saranno svolti il desiderio sarà esaudito.«C’è qualcosa di terribile in ognuno di noi e chi non è costretto a scoprirlo, è fortunato» gli dice la più anziana dei suoi misteriosi “clienti” che vorrebbe che il marito guarisse dallAalzheimer, perché quell’uomo riesce a chiedere la cosa peggiore a tutti. Qualcuno sarà disposto, altri no, ma quest’alternanza di arrivi e partenze e di racconti si intrecceranno in un gioco di specchi straordinario. Una sceneggiatura letteraria, disturbante e affascinante al tempo stesso fa da sostegno unico a quest’opera che vuole far discutere e soprattutto mettere tutti alla prova contro il nostro nemico più forte: la coscienza. Girato in un livido bar anonimo e fotografato con colori glaciali, The Place segna la consacrazione di Paolo Genovese che, con la complicità di Isabella Aguilar ha scritto una storia spiazzante e perversa, eppure irresistibile che inchioda lo spettatore allo schermo e alle proprie responsabilità. Il gruppo di attori è meraviglia pura ma tutti devono inchinarsi all’abilità di V. Mastrandrea che dietro quel tavolo e con quella penna che furiosa scrive sopra il già scritto firma la sua interpretazione più bella e forse irripetibile. In un susseguirsi di passaggi dove spicca la dolcezza tenebrosa e sopraffina di Giulia Lazzarini che dopo il David per “Mia Madre” di due anni sfodera una prova d’attrice superlativa che metterà in crisi quel carnefice che mangia tramezzini e che a chi gli chiede del perché chieda sempre cose orrende risponde con un disarmante: “perché c’è chi è disposto a farle”.

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