’Il tè nel deserto’: l’eterno pomeriggio della vita

di Laura Pozzi

Dopo il trionfo mondiale de L’ultimo imperatore (1988), consacrato con nove premi Oscar tra cui miglior film e miglior regia, Bernardo Bertolucci insieme al fido Vittorio Storaro torna sul set e nel 1990 realizza Il tè nel deserto (titolo originale The Sheltering Sky), tratto dal romanzo di Paul Bowles. Un progetto lungamente accarezzato e profondamente voluto dal regista parmigiano che, nonostante le iniziali ritrosie di Storaro, riesce a portare a compimento con straordinaria finezza narrativa. Un film dalla forte vocazione letteraria, resa ancor più marcata e avvincente dalla presenza dello stesso Bowles nel ruolo di un appartato e silenzioso narratore che sembra seguire con una certa apprensione mista a curiosità i destini dei personaggi da lui stesso creati. ma modellati dallo sguardo unico di un regista sempre pronto a rischiare ed esporsi in prima persona.

Per questo motivo Bertolucci e il suo sceneggiatore Mark Peploe, non esitano ad operare dei piccoli tradimenti nei confronti del romanzo originale, necessari a depurare la storia da troppi orpelli e lungaggini narrative e fondamentali nel restituire il senso ultimo e profondo di un’opera basata su una certa visione della coppia contemporanea nonostante sia stata scritta nel 1949 e racconti una storia ambientata nel 1947.Al centro del film un tema universale, quello di due persone che si adorano, si amano, ma che nonostante i dieci anni di matrimonio sono incapaci di trasmettere amore e vivere serenamente fino in fondo i propri sentimenti . Kit (Debra Winger) scrittrice, e Port (John Malkovich), compositore a corto d’ispirazione, accompagnati dall’ambiguo George Tunner (Campbell Scott) intraprendono un lungo viaggio nel cuore dell’Africa più oscura e meno battuta dai circuiti turistici perché come sentenzia Port all’inizio del film “Un turista è quello che pensa al ritorno a casa, fin dal momento in cui arriva”, mentre un viaggiatore, come conclude Kit “può anche non tornare affatto”. Due viaggiatori accomunati da un’irrefrenabile voglia di perdersi e rendersi latitanti nei confronti di una realtà predefinita, resa immobile da coordinate spazio temporali fittizie e apparenti. E’ lo stesso narratore, attraverso la voce fuori campo, a metterci nella condizione di empatizzare, seppur in minima parte con due individui confusi, smarriti e a tratti imprevedibili: “Poiché né Kit né Port avevano dato alla loro vita un qualsiasi ordine, avevano entrambi compiuto il fatale errore di considerare confusionalmente il tempo come inesistente. Un anno era come un altro, alla fine tutto sarebbe potuto accadere”. Lo smarrimento è senza dubbio una delle tematiche più affascinanti e ricorrenti nel cinema di Bertolucci, nonché una segreta aspirazione particolarmente intensa e sentita del suo animo. A dispetto di una trama di chiara matrice letteraria, si respira -come in tutte le sue opere- una forte fisicità, una sensualità tracciata da corpi e gesti convulsi in cui il binomio attrazione/repulsione trova massima espressione. Una fisicità che non teme confronti con una psicologia inafferrabile e forse non così determinante ai fini di una storia dove il corpo è ingannevole più di ogni cosa. Ciò che conta è il ritrovamento di se stessi e la lunga e agognata malattia che condurrà Port alla morte, rappresenterà per Kit la sua rinascita, la scoperta di una femminilità e sensualità a lungo negata e sopraffatta da un uomo apparentemente libero e libertino, terribilmente attratto dall’ignoto e costantemente proteso verso l’infinito, come mostra una delle sequenze più belle e significative del film, quella sul promontorio splendidamente fotografato da Storaro, in cui i due coniugi tentano nuovamente di amarsi. Kit del resto non può far a meno della presenza “ingombrante” di Port e a nulla vale il tradimento con Tunner, la sua emancipazione passa inevitabilmente attraverso l’assenza definitiva del suo partner, attraverso la lunga e incessante marcia nel Sahara a seguito di ignoti cammellieri e al suo oltrepassare e rovesciare il divario psicologico-culturale diventando la concubina del nero Belqassim. Kit abbraccia lo stile di vita tanto caro a Port e nel farlo riafferma la propria identità. E’ interessante notare come la fotografia di Storaro sottolinei la diversità uomo donna, attraverso scelte cromatiche magnificamente efficaci. Port è costantemente avvolto da colori caldi, accesi, vibranti come un sole che nasce, splende e muore mentre Kit sposa le tonalità fredde e bluastre della luna, un astro notturno puntualmente presente che risplende sommesso sul deserto. Kit rappresenta un mistero racchiuso in quel cielo che protegge (dal titolo originale), tanto evocato e sognato da Port. Bertolucci non è interessato a svelare l’enigma e dopo più di due ore di pedinamento abbandona amorevolmente la sua eroina sulle strade di Tangeri per ricondurla al suo luogo d’origine. Bowles è pronto ad accogliere la sua creatura “perduta”, e a regalarci attraverso le sue parole e il suo sguardo muto uno dei finali più belli della storia del cinema: ”Poiché non sappiamo quando moriremo, siamo portati a credere che la vita sia un pozzo inesauribile.Però tutto accade solo un certo numero di volte, un numero minimo di volte. Quante volte vi ricorderete di un certo pomeriggio della vostra infanzia, un pomeriggio che è così profondamente parte di voi che, senza, neanche riuscireste a concepire la vostra vita? Forse altre quattro o cinque volte, forse nemmeno. Quante altre volte guarderete levarsi la luna? Forse venti, eppure tutto sembra senza limite.”

Una curiosità: i protagonisti scelti da Bertolucci furono inizialmente William Hurt e Melanie Griffith.

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