Phenomena (1984) – di Dario Argento. Il ritorno alla fiaba.

di Fabrizio Spurio

Dopo l’esperienza di “Tenebre” Argento torna al cinema con un film che sembra, ma solo all’apparenza, un remake di “Suspiria”. Come in quella pellicola anche qui abbiamo una ragazza americana Jennifer (Jennifer Connely, vista dal regista in “C’era una volta in America” di Sergio Leone), che dal nuovo giunge nel vecchio mondo, in Svizzera, per poter frequentare una prestigiosa scuola privata. Nella zona già sono avvenuti degli omicidi ai danni di giovani ragazze, sui quali sta indagando l’ispettore Rudolf Geiger (Patrick Bauchau) e l’entomologo John McGregor (Donald Pleasence).

Jennifer, giunta nell’istituto, durante la prima notte subisce un attacco di sonnambulismo. Mentre cammina in catalessi assiste, ma senza rendersene conto, all’omicidio di un’altra ragazza del collegio, Gisela Sulzer (Fiorenza Tessari). Jennifer ha un potere particolare che la aiuterà a risolvere la vicenda: riesce a comunicare telepaticamente con gli insetti. Argento ha un’intuizione geniale: far passare degli animali solitamente associati all’orrore e al male, gli insetti, dall’altro lato della barricata, facendoli diventare partecipi all’indagine e di fatto colleghi di Jennifer nella scoperta dell’assassino.

La storia è in realtà uno sguardo sulla diversità umana. Jennifer è una diversa, isolata e derisa dalle compagne di college per il suo potere, rifiutata dalla direttrice dell’istituto che la vede con ribrezzo. Diverso è il professor McGregor, l’entomologo paralitico su sedia a rotelle, con unica compagnia e infermiera tuttofare la scimmia Inga. Ma diversi sono anche gli autori della catena di delitti che si dipana nella vicenda. Miss Bruckner (Daria Nicolodi) e suo figlio (Davide Marotta) sono due alienati. La donna, vittima di una violenza subita da un folle rinchiuso in un manicomio criminale, nel quale la donna lavorava come infermiera, fa di tutto per proteggere il figlio, frutto di quello stupro. Il bambino, nato deforme e affetto dalla Sindrome di Patau, ha forti squilibri mentali che lo portano ad essere un necrofilo assassino. Uccide le giovani ragazze e ne conserva i corpi in una vasca negli scantinati della casa materna, una cupa villa isolata nei dintorni di Zurigo. Dal canto suo miss Bruckner ucciderà chiunque possa mettersi sulla strada del figlio. Ogni persona che può diventare una minaccia viene stritolata dal meccanismo argentiano. Quindi gli omicidi sono due, ognuno che agisce in concomitanza con l’altro. Mentre il bambino uccide le ragazze per soddisfare le sue voglie perverse, la madre ucciderà McGregor e l’ispettore Geiger che si stavano avvicinando troppo alla verità. Ma c’è una cosa da notare. In un certo senso si prova una sorta di pietà nei confronti del bambino, omicida involontario in quanto spinto dalla follia generata dalla malattia. Ma per miss Bruckner non si prova la stessa pietà. C’è sicuramente una leggera empatia nei suoi confronti, donna stuprata, violata e colpita con la dannazione di un figlio malato. Ma la sua reazione alla vita è crudele. Non prova comprensione, non cerca di delimitare le azioni del figlio, ma anzi, le avalla e le protegge. La cattiveria e la violenza che sfoggia nel finale non suscitano nello spettatore una pietà che il suo personaggio avrebbe potuto chiedere in altri ambiti. Sembra quasi che voglia sfogare tutta la rabbia, tutta la sua frustrazione, su chi ha davanti. Uccide freddamente McGregor, non esita ad incatenare e torturare Geiger. Quando Jennifer precipita nella vasca di resti umani, Bruckner gode nel vederla piangente e urlante agitarsi tra i cadaveri ed i liquami.

In “Phenomena” come per altri film passati e futuri (“4 mosche di velluto grigio”, “Profondo Rosso”, “Opera”, “Trauma”), Argento ribadisce il concetto che la famiglia, molto spesso, è all’origine dei mali della società. Una scelta simbolica che viene suggerita dal regista anche per il fatto che miss Bruckner, Daria Nicolodi, all’epoca era compagna del regista. Anche la prima vittima della pellicola, Vera Brandt è interpretata dalla figlia di Argento, Fiore. In questo film i rapporti umani sono molto freddi, ma ci sono ancora delle speranze di sentimenti, anche se in maniera “laterale”, non c’è ancora quella totale mancanza di sentimenti che dilagherà in “Opera”. Jennifer di fatto è abbandonata dalla famiglia, la madre l’ha abbandonata quando aveva sette anni, rinforzando di conseguenza il rapporto tra lei ed il padre, un famoso attore. Però, essendo lui sul set nelle Filippine, lascia Jennifer nelle mani di Morris Shapiro (Mario Donatone), il suo avvocato. Quindi Jennifer è lasciata a se stessa, e può contare solo sulle sue forze per uscire viva dalla vicenda. Jennifer è la nuova Biancaneve, che giunge nel vecchio mondo per scontrarsi con gli orrori e la follia. C’è un richiamo al mondo Disney nella figura della ragazza che riesce a comunicare con gli animali. Jennifer però va oltre a quanto teorizzato da Disney. Gli insetti con cui comunica cercano anche di avere dei rapporti intimi con lei. In una scena a casa dell’entomologo un insetto emette un suono e un odore atti al corteggiamento. La freddezza dei sentimenti dilaga potente dentro il collegio. Le compagne di Jennifer non esitano a deriderla anche pesantemente per il suo presunto potere, condendo il tutto con un fondo di invidia per il fatto che lei è figlia di un attore tanto famoso. Anche Sophie (Federica Mastroianni), la sua compagna di stanza, che all’inizio sembra essere sua amica, durante un incontro notturno con il suo ragazzo parla di lei sminuendola. Ma anche Sophie cadrà sotto i colpi della lancia metallica, arma feticcio del piccolo assassino. “Phenomena” ha delle trovate tecniche eccezionali. Prima tra tutte la macrofotografia che porta a tutto schermo gli insetti con la perizia di un documentario scientifico. Argento ci porta a livello degli insetti, perfetti attori in questa pellicola. Jennifer, durante le sue crisi di sonnambulismo, osserva inconsapevole gli ambienti illuminati da potenti fari che quasi portano le immagini in sovraesposizione, facendoci vedere quello che percepisce lei. La pellicola, anche se a colori, sembra avere dei rimandi al bianco e nero del cinema di Jacques Tourneur, in particolare alla pellicola “Il bacio della pantera” (“Cat people” del 1942). Le ombre degli oggetti si stagliano enormi sulle pareti bianche, diventando quasi un elemento di arredo.

Ma il vero punto d’incontro tra l’orrore e la fiaba è nella splendida sequenza che segue l’omicidio di Sophie. E’ notte, Jennifer, udito l’urlo di Sophie provenire dal parco del collegio, esce dall’edificio, vestita solamente di una camicia da notte bianca. Cammina nel parco, non capisce cosa stia succedendo. In quel momento una lucciola si avvicina a lei e si posa sul palmo della sua mano. L’inquadratura è sognante. Una luce alle spalle della ragazza illumina una lieve foschia che rende il tutto sognante. La sequenza è commentata dal brano principale del film, composto da Claudio Simonetti.

La colonna sonora, oltre ai brani composti da Simonetti e dai Goblin, utilizza anche brani di repertorio di altri gruppi, tra i quali gli Iron Maiden e i Motorhead. Un esperimento musicale interessante che mescola musica elettronica e metal in un misto che crea un mix perfetto. C’è una scelta particolare nella pellicola: la musica, prorompente nelle scene di inseguimento e di preparazione alle varie aggressioni del folle assassino, scompare del tutto durante il momento culminante dell’omicidio, sostituita solamente dai rumori d’ambiente.

Questo film segna l’inizio della collaborazione tra Argento e il genio degli effetti speciali Sergio Stivaletti. Stivaletti ha la bellissima idea di creare, per il bambino, una maschera che riporti alla realtà di una malattia genetica, invece di inventarsi un assurdo essere deforme ed improbabile, rafforzando il senso di realtà del film. In particolare il bambino assassino Argento ce lo mostra già a metà film, ma la costruzione geometrica della scena ci impedisce di cogliere la realtà di quello che stiamo vedendo. Durante l’omicidio di Gisela, la vittima rompe il vetro di un’anta di una finestra. Di fronte a questa finestra si trova Jennifer, in piena crisi di sonnambulismo, quindi testimone inconscia. L’immagine inquadra la finestra per intero. Nell’anta a sinistra vediamo il corpo di Gisela che cade a terra martorizzata; dietro il vetro dell’anta di destra, sporca di grasso, si vede la figura di un bambino che osserva Jennifer. Argento ci mostra quindi le fattezze del piccolo assassino, ma distoglie la nostra attenzione e l’occhio del pubblico è tutto concentrato su Gisela e sul suo corpo ferito.

Il finale è eccezionale, con un susseguirsi di colpi di scena che riaprono continuamente la partita proprio quando sembra essere tutto finito. E tutto si conclude con un’immagine che sancisce l’unione tra uomo e natura benevola, simboleggiato dal liberatorio abbraccio tra Jennifer e la scimmia Inga, entrambe sopravvissute al terribile massacro che ha coinvolto gran parte dei personaggi della vicenda. Una conclusione fiabesca per un film che è un alternarsi di incubo e sogno.

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