‘Ad astra’ (2019), di J. Gray

 di Luca Graziani.

‘Ad Astra’ (2019), di J. Gray. Con V. Pitt, T. Lee Jones e D. Sutherland.

Lo spazio toccato con mano è quello raccontato da James Gray. A sondarlo in questo caso è la star hollywoodiana Brad Pitt. Accompagnato da Tommy Lee Jones e Donald Sutherland, Pitt è produttore ed interprete -sulle orme di altri divi, Clooney con ‘Gravity’, Damon con ‘The Martian’ e Gosling con ‘First Man’- di un uomo che varca le soglie del mondo terrestre e intraprende un viaggio cosmico alla ricerca di risposte a interrogativi che albergano dolorosi nello spazio limitato del cuore umano.

 

Una storia, quella vissuta dal tenente Roy McBride, ordinaria quanto umana. Un padre ed un figlio distanti, allontanati dalla vita ma uniti dalla passione per la ricerca, due pionieri della conoscenza il cui destino resta indissolubilmente legato da un viaggio omerico. Una piccola storia, come ci dice il regista e sceneggiatore, cui fa da sfondo l’incommensurabile, l’immensità del reale che sa destare stupore e insieme spavento.

C’è però una minaccia che incombe sui protagonisti, intangibile, quasi primordiale e castigatrice. E l’abisso spaziale si fa interprete della condizione umana. Un uomo in una perenne lotta per le risorse, condannato a solitudine e infelicità in un ambiente impervio e inospitale.

 

Tanti i riferimenti e le citazioni ( da Kubrick a Lean per citarne alcuni) sia nei dialoghi che nelle ambientazioni, forse tanti da risultare addirittura slegati e  poco funzionali. Infatti, mentre Gray affascina con una fotografia siderale e una calzante musique concrète, la sceneggiatura sembra non del tutto a fuoco e non convince rischiando di diventare incorporea quanto la stessa idea di spazio che si vuole trasmettere.

 

Siamo soli nell’universo? C’è vita oltre la terra? È l’interrogativo che inevitabilmente sottende ogni film di genere. ‘Ad astra’ ci sorprende con l’asperità di una risposta inaspettata.

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