‘The Rider – Il sogno di un cowboy’, di Chloé Zhao (USA, 2017)

Dedicato a tutti i cavalieri che vivono le loro vite otto secondi alla volta.

(dai titoli di coda)

 

di Andrea Lilli

 

Dio ha dato uno scopo a tutti: per un cavallo è correre nella prateria, per un cowboy è cavalcare, dice con amara semplicità Brady, cowboy in cerca di una ragione di vita, di nuovi sogni.

Chloé Zhao (Zhao Ting, all’anagrafe di Pechino) invece è una donna, è immigrata dalla Cina, il suo scopo è fare film indipendenti, e questo è un western. Quadruplo guanto di sfida al sistema del cinema americano.

Altra scommessa è nel soggetto di questo suo The Rider: un cowboy indiano, che già è un’anomalia, resta invalido dopo una caduta da cavallo. Non basta.

La regista-sceneggiatrice-produttrice aggiunge un altro livello di difficoltà: la scelta ‘neorealista’ di far recitare attori non professionisti nel ruolo di sé stessi. E malgrado tutti questi carichi di partenza, The Rider decolla, prende lo spettatore, sorprende il critico, li trascina con sé per tutti i suoi cento minuti e vola sicuro a conquistarsi il posto di uno dei migliori western del nuovo millennio.

Brady Jandreau è il giovane protagonista non-attore: indiano Lakota Sioux, incontrato per caso dalla regista durante le riprese del film precedente (Songs my brothers taught me, 2015), qui interpreta se stesso rivivendo il proprio trauma. Un drammatico incidente gli ha annientato i legittimi sogni di campione da rodeo, e ha reso vana la sua maestria nella doma dei cavalli. Non che la vita gli fosse stata generosa: in famiglia, assente la madre, con un padre ludodipendente che riesce solo a bere e fare debiti, è lui che si occupa della sorella minore autistica Lilly, lui a difenderla in un rapporto fraterno amorevole, che riprende e sviluppa in altra chiave quello del primo film.

Brady scappa dall’ospedale prima del dovuto, ha una placca metallica nel cranio e una voglia matta di tornare a cavallo, si toglie da solo i punti di sutura e rimette il cappello Stetson con la piuma da indiano, esce di casa. La casa modesta di un cowboy figlio di un cowboy, che non conosce mestieri estranei al cavallo, ma che ai cavalli deve rinunciare. E solo questa è la trama, essenziale quanto coinvolgente. Brady che va in cerca di un nuovo percorso, di un’altra imprevedibile identità adulta.

Lo sostengono come possono (poco) gli amici, il padre, la sorella – unica figura femminile in un mondo maschile perfettamente inquadrato da Chloé Zhao – tutti personaggi reali, persone che anche nella vita sono la sorella, il padre, gli amici di Brady.

Brady che prova a lavorare come commesso di supermercato, Brady che va dal suo grande amico Lane, altro personaggio reale, campione di rodeo reso paraplegico a sua volta per una caduta. Tutti hanno accantonato ‘il povero Lane’: Brady no. Senza compatirlo troppo, lo va a visitare nella clinica riabilitativa, va da lui con la solidarietà di chi offre e allo stesso tempo cerca conforto.

Discreta e rispettosa, chirurgica nel cogliere sensibilità ben nascoste sotto coltri di impenetrabili silenzi e risate grevi, tra birre e lunghe strade polverose, perse nelle immense pianure del Sud Dakota, tra albe incantevoli e struggenti tramonti, questa regista 37enne fonde e confonde perfettamente vita vissuta e proiezione, cinema e realtà, con grande attenzione alla natura (eccellente la fotografia di Joshua James Richard) e alla condizione umana dei ‘semplici’, di cui rivela i tratti nobili.

La difficile scommessa è dunque vinta, e pienamente: prova ne sia, oltre al successo di botteghino negli Stati Uniti, l’indicazione di Chloé Zhao come regista di The Eternals, il nuovo film di supereroi previsto per l’anno prossimo dalla Marvel Studios Productions e distribuito dalla Walt Disney.

Il dio Business del cinema sa sempre dare uno scopo a ciascun talento.

 

 

 

Presentato a:

Sundance Film Festival 2018

Cannes 2017 – Quinzaine des Réalisateurs

Telluride Film Festival 2017

Toronto Film Festival 2017

New York Film Festival 2017

 

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