‘Lo spazio bianco’ (2009), di F. Comencini: dove tutto può essere scritto o… riscritto.

di Roberta Lamonica

«Il fatto è che mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene … Io non sono buona ad aspettare. Non sento curiosità nel dubbio, né fascino nella speranza. Aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita».

Lo spazio bianco (2009), di Francesca Comencini. Con Margherita Buy.

Tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, ‘Lo spazio bianco’ racconta la storia di Maria, quarantenne insegnante di lettere a Napoli, donna sola, senza legami familiari e senza un compagno. Lei si innamorerà e rimarrà incinta ma il padre di sua figlia sparirà quasi subito dalla sua vita. Il film, in realtà, più che la storia di Maria, è la storia dell’attesa di Maria.Le circostanze dell’amore che ha portato alla sua gravidanza sono solo incidentalmente mostrate, perché ciò che è centrale nel film è l’attesa. Il tempo dell’attesa è l’unica dimensione temporale possibile nella nuova realtà di Maria, quando sua figlia nasce prematura a sei mesi di gestazione. Maria dovrà imparare a vivere il proprio tempo in funzione del respiro regolare o meno di Irene, dei battiti ‘meccanici’ del suo cuore legato a pompe e tubicini, dell’agognato fumo di una sigaretta. Napoli in questo film fa da sfondo stranamente silenzioso: i colori vivaci, il vociare confuso, le sinestesie sensoriali, lasciano il posto a un’atmosfera ovattata e percepita come dentro l’oblò di un sottomarino. Perché Maria vive in apnea e in impaziente attesa nelle corsie di un ospedale, nelle sale d’aspetto e nei minuscoli box del reparto di neonatologia, separati solo da tende bianche. La fotografia di Bigazzi è splendida nel rendere l’atmosfera algida e asettica dell’ospedale. Eppure, lo spazio dell’ospedale, lungi dall’essere solo spazio di dolore, diventa spazio di solidarietà e sostegno, di condivisione e apertura all’altro, di fuga onirica dalla realtà ( la danza delle mamme) e speranze disperate.

Ed è così che Maria riesce a elaborare un amore viscerale…fuori dalle ‘viscere’.

Il personaggio interpretato da Margherita Buy viene seguito e inquadrato in primi piani intensi e commoventi. Con lei danza tutta un’umanità che patisce e rinuncia, accettando le cose e i casi della vita con serenità: la donna magistrato che vive sul suo stesso pianerottolo e pensa alla sua famiglia lontana, gli alunni della scuola, adulti cui la vita ha tolto prospettive di vita migliori, e le mamme dell’ospedale, rese improvvisamente adulte dall’arrivo imprevisto di un figlio.

Tutto contribuisce ad aiutare Maria ad affrontare il fardello della solitudine.

Meravigliosa Margherita Buy nel dare gli occhi alla rappresentazione dello sgomento e della solitudine. Solitudine e isolamento che vengono presentate da Francesca Comencini come condizione essenzialmente interiore più che sociale, a cui solo uno spazio bianco tra la morte e la vita, ‘un prima e un dopo’, può porre rimedio. E quello spazio bianco, quella dissolvenza in bianco sullo schermo, diventa così una tela da dipingere con le infinite possibilità che la perdita del bisogno ossessivo di controllo e l’accettazione dell’ineluttabilità del ‘caso’ possono offrire. Una porta aperta su un futuro costruito su presupposti nuovi: un futuro costruito su e con Irene.

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