‘Martin Eden’ (2019), di P. Marcello. La storia di una doppia passione.

di Marzia Procopio

“Ho vissuto talmente tanto intensamente che la vita ormai mi disgusta”: questo è il nodo concettuale di Martin Eden, il film di Pietro Marcello con Luca Marinelli, appena insignito della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla 76esima Mostra Internazionale del cinema di Venezia e nelle sale dall’altro ieri. Se volete andarci, e andateci, dimenticate il libro, e non perché la storia non sia quella: la storia è quella, sì, solo “liberamente ispirata” al romanzo di Jack London. Dimenticate Martin Eden il libro, la storia di formazione che in tanti abbiamo letto e amato da ragazzi, e guardatevi il film, che è autonomo, perfetto in sé, e non va confrontato come sempre si fa quando avviene la trasposizione, ed è sempre “meglio il libro”, perché sarebbe un grave torto nei confronti di entrambi.

Ambientata in una Napoli in cui si intravedono il fascismo ma anche le auto degli anni 70 e 80, la televisione e le lotte sindacali dei primi del ‘900, in una condensazione narrativa e con una sovrapposizione di piani temporali che scaturisce anche dalla mescolanza fatta di immagini – girate e di archivio – e di musica (classica, elettronica e canzone) che rendono denso, complesso e atemporale il secolo in cui la vicenda si snoda, Martin Eden è la storia di una doppia passione, per la scrittura e per una donna, entrambe strumento di elevazione e formazione per questo giovane del popolo che – attraverso l’incontro con Elena, bellezza delicata e aristocratica, famiglia alto-borghese di ampie vedute – inizia a studiare e a prendere coscienza di sé, delle proprie aspirazioni e della propria condizione anche sociale e politica. Martin si muove, coraggioso e generoso, fra gli ultimi della terra, in una Napoli livida e sorprendente (anche per la scelta del regista di girare nel popolare, economico e quindi “politico” formato 16 mm) fatta di visi di marinai e di povera gente, i vicoli, il porto dove vengono consumate ingiustizie e si cementano vincoli di solidarietà, la campagna della periferia, dove lo aiuta la sua amica Maria, vedova e madre di due figli, e dove la padrona della drogheria del quartiere lo guarda male, perché è povero e perché è socialista. Ma Martin è sempre insoddisfatto, un moderno “spirto guerrier”: le sue due passioni, per Elena e per la scrittura, non possono nulla contro il crescente taedium che lo ha preso anche a seguito del suicidio del suo carissimo amico Russ Brissenden, interpretato da un enigmatico Carlo Cecchi. La sua rabbia sembra non potersi estinguere con nulla, e lo rifiutano anche i socialisti, che egli accusa di anteporre la collettività ai singoli e da cui viene a sua volta accusato di essere un individualista. Nel frattempo, anche Elena lo ha lasciato, perché è un perdente, e lui piomba nella disperazione: quando tornerà, dopo la sua acclamazione come scrittore “che non si capisce”, lui la rifiuterà: “Ho vissuto talmente tanto intensamente che la vita ormai mi disgusta”. E l’Eroe, titanico fino alla fine nella sua generosità – commoventi le scene con la sorella, il ballo che facevano da bambini, lei che lo aiuta di nascosto dal rozzo marito – e nel suo rifiuto per il successo, i soldi e la fama, scomparirà nelle onde con un gesto estremo di auto-affermazione e di libertà.

Se amate gli ultimi, quelli che non possono adattarsi al mondo, i marginali arrabbiati ma generosi, se amate gli Eroi solitari per natura e per destino che sono i primi però a voler bene, andate a vedere Martin Eden, un marinaio che cercava la verità.

Viva l’umanità e viva l’amore.

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