‘Star Wars: L’Ascesa di Skywalker’ (2019), di J.J. Abrams

di Alessio Galli

Nono e ultimo capitolo di una saga iniziata quarantadue anni fa e conclusasi – forse – solo adesso, per prima cosa Star Wars: L’Ascesa di Skywalker non è classificabile come film a sé. Diretto da JJ Abrams, già regista dell’episodio VII (Il Risveglio della Forza), questo episodio vuole dare una chiusura a quello che da molti (me incluso) è considerato un racconto quasi omerico sulla contrapposizione tra il Bene e il Male. Nell’approcciare la visione, bisogna tenere in mente l’eredità che il film si porta dietro, intendendo con questo non solo il retaggio più recente lasciato dai due ultimi film: è imprescindibile conoscere la pluriennale trama che la saga di Star Wars ha intessuto, con personaggi che attraversano i decenni e citazioni che si ripetono in maniera formulare – proprio come un poema epico. Per chi ancora non l’avesse visto, premetto che a partire da questo momento compariranno alcuni spoiler, per cui non leggete oltre per non rovinarvi la visione.

La premessa iniziale è il ritorno del più grande cattivo della saga, assente dagli ultimi due capitoli ma onnipresente nel racconto dei nove film: l’Imperatore Palpatine, che redivivo ha tramato nell’ombra come il sapiente burattinaio che ha dimostrato essere nella trilogia prequel. I giochi di luce sul volto sfigurato del villain conferiscono una nota drammatica alla sua apparizione, enfatizzata dalla – sempre – brillante colonna sonora di John Williams. Rey, la “protagonista buona”, nel mezzo del suo allenamento nelle arti jedi, si mette alla ricerca di questa minacciosa figura, aiutata da quelli che sono ormai diventati più di amici, la sua famiglia. Non mancano i combattimenti a suon di spada laser, sebbene privi delle coreografie più elaborate dei precedenti film, nei quali la contrapposizione della luce che sottolinea la divisione tra Bene e Male sembrava quasi andare a passo di danza.

Ne L’Ascesa di Skywalker, l’enfasi su questo concetto cardine della saga non riesce sempre a colpire lo spettatore, che deve faticare a seguire una trama reduce da due film che hanno lasciato solamente domande e pochissimi spunti creativi.

È proprio qui che si cela la debolezza di questo film: non riesce a capitalizzare sul suo retaggio mitico, ovvero sull’incondizionata passione che muove i fan della saga. Vuoi che sia per riempire spazi narrativi con spiegazioni, o che sia per l’introduzione di ulteriori nuovi personaggi che non riescono ad esaurire un proprio arco narrativo completo, o che sia per lo stanco utilizzo dei vecchi personaggi che sembrano non aver nulla di nuovo da raccontare.

Il tentativo di modernizzare i tempi e di lasciare un impatto visivo spettacolare porta ad una narrazione frenetica, con nuovi scenari rimasti perlopiù inesplorati e vere e proprie “coattate” da effetti speciali. Anche i colpi di scena, che per definizione dovrebbero stupire, sono svelati con così poca enfasi da mancare nel loro scopo primario.

I lati negativi sono purtroppo ciò che un appassionato nota come prima cosa in un film privo di equilibrio – per riecheggiare uno dei concetti base della saga. Ciononostante, richiami alla trilogia originale ed anche ai prequel, uniti ad alcuni spunti inaspettati e ad un generale filo logico consequenziale, permettono a questo capitolo di non rimanere un totale fallimento. La morte di Carrie Fisher ha purtroppo tarpato le ali ad alcune tra le idee più geniali degli autori, ovvero l’allenamento da jedi di Leia, che resta uno dei personaggi più amati della saga: tuttavia, l’uso della computer grafica e di filmati d’archivio permettono ancora alla principessa (divenuta generale) di solcare la scena. Questa ed altre idee dettate dal famigerato fan service (ovvero il voler in ogni modo compiacere i fan per paura della loro reazione) sono alla fine il punto forte del film, che quindi si adagia sui temi ricorrenti dell’universo di Star Wars in maniera solo poche volte fantasiosa.

Alla fine, un film che non si spinge oltre la propria comfort zone, con buone prove d’attori ma una sceneggiatura perlopiù inconsistente: quale è allora la vera eredità della saga degli Skywalker? Non possiamo credere che sia questo il vero epilogo di un fenomeno molto più grande, anche perché il finale, che nella sua ciclicità rispecchia alcuni dei momenti più emozionanti dei nove film, lascia in realtà spazio ad intriganti speculazioni.

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