‘La calda notte dell’ispettore Tibbs’

di Roberta Lamonica

‘In the heat of the night’ (La calda notte dell’ispettore Tibbs), film del 1967 di N. Jewison. Con Rod Steiger (Oscar come miglior attore protagonista) e S. Poitier.

Uno sceriffo di una piccola città del Mississippi collabora con un detective nero di Philadelphia per risolvere un caso di omicidio, con prevedibili tensioni e reazioni tra i bifolchi ( e non solo) del paese.

Film di denuncia sociale, detective story e storia della nascita di un’amicizia, Jewison individua le mani come parte del corpo deputata ad esprimere stati d’animo e situazioni. Le mani brandiscono bastoni per picchiare, impugnano penne per scrivere, accarezzano volti per confortare, stringono altre mani per suggellare rapporti. Jewison inquadra spesso e da vicino le mani di Poitier, belle ed eleganti, quasi estensione e sineddoche dell’integrità e della levatura morale del protagonista. Un Jewison che riuscì a fare un capolavoro -che fu anche un enorme successo di botteghino- realizzando un film di potente rigore stilistico, dai dialoghi eccellenti, dalla recitazione convincente e dalla colonna sonora strepitosa, affidata a Quincy Jones.

Esattamente venti anni dopo, Alan Parker avrebbe tratto chiara ispirazione dal capolavoro di Jewison per il suo ‘Mississippi Burning’, (la scena dell’inseguimento da parte dei membri del Ku Klux Clan è dichiaratamente ricalcata sul film di Jewison).

Un film molto coraggioso, che denunciava l’ipocrisia di leggi appena approvate che bandivano il razzismo ma al contempo chiudevano un occhio sui crimini e le violenze perpetrate sulla comunità afroamericana dalla classe dominante, bianca.

E questo protagonista lo si ama. Si ama Tibbs per la malcelata insofferenza all’ignoranza, per la coscienza del proprio valore, per il suo quasi spiazzante non cogliere le provocazioni di stampo razziale, per la capacità di accogliere la sofferenza altrui, per la profonda umanità, per l’amicizia con il poliziotto Gillespie, rude e ignorante ma capace anch’egli di andare oltre gli stereotipi.

Alcune scene memorabili: lo schiaffo al ricco colonialista bianco che coltiva orchidee bianche ma che ha l’animo nero come la pece e il pretendere di essere chiamato ‘Signor Tibbs’, con tutta la dignità di chi si è affrancato dalla condizione di esser chiamato con il cognome del proprio ‘padrone’.

Un film per scuotere le coscienze e che non è invecchiato di un giorno perché in quel “Stammi bene” finale c’è tutto: umanità, azzeramento delle distanze ed esposizione dell’insensatezza del razzismo.

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