‘Piccole Donne’ di Greta Gerwig: speranze e disillusioni della giovinezza

di Corinne Vosa

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‘Io non ho paura delle tempeste perché sto imparando come governare la mia barca.’

È in fondo in queste parole della propria scrittrice Louisa May Alcott l’essenza di Piccole Donne, un racconto di formazione toccante e incisivo nella sua semplicità e delicatezza femminile. Una delle storie più famose della letteratura mondiale, seguita da innumerevoli adattamenti cinematografici e televisivi, fra cui quello del 1994 con Winona Ryder nel ruolo di Jo March, l’eroina per eccellenza del romanzo. Piccole Donne forse non ha grandi pretese di artisticità eppure tocca il cuore di ogni generazione, come una parabola moderna insita ormai nelle nostre coscienze, amata e imprescindibile.

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È un inno alla femminilità, ma anche e soprattutto il ritratto di un rito d’iniziazione alla vita adulta: se nell’infanzia di queste protagoniste i sogni e l’incanto della bellezza inebriano i sensi come un’eterna primavera di speranze e illusioni, nell’adolescenza il grigiore dell’autunno irrompe tenebrosamente conducendo a un inverno freddo e cupo in cui il velo delle illusioni cade e si afferma prepotentemente la consapevolezza dell’effimero e dell’ineluttabilità di quel mostro chiamato morte, sempre evanescente e invisibile finché non colpisce sottraendoci le persone amate. Così la gioia si accompagna al presagio della perdita e più da spettatore si conosce la storia più paradossalmente se ne sarà coinvolti emotivamente, assistendo con onniscienza e impotenza al frantumarsi delle speranze che aleggiavano nell’aria quasi come certezze.

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Greta Gerwig cimentandosi nella scrittura e regia di questo ulteriore adattamento è riuscita a conferire una nuova freschezza a questo classico, già di suo molto moderno. Non ci sono stravolgimenti eccessivi nè tradimenti signignificativi nella narrazione. La Gerwig sa che la fedeltà all’originale è la via più potente per restituirne la grandezza, ma non rinuncia per questo a un suo stile leggero e travolgente, dinamico e armonioso, nostalgico e ilare al contempo; sceglie di non rispettare la linearità temporale e strutturare il montaggio su una continua alternanza tra presente e passato. Inoltre ci sono delle rivisitazioni narrative e delle scelte che ermeticamente alludono a ulteriori chiavi di lettura, favorendo un approccio metacinematografico e l’identificazione tra Jo e l’autrice reale Louisa May Alcott.

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Ovviamente una grande attenzione è stata prestata alla scelta del cast, fattore di rilevanza fondamentale in questo tipo di trasposizione. Saoirse Ronan (Amabili Resti, Brooklin, Lady Bird, Maria regina di Scozia, Espiazione) è una Jo perfetta, in bilico tra femminilità e mascolinità, vitalità e riflessività.
Piccole Donne si rivela molto attuale anche nell’essere un inno all’emancipazione femminile dalla profondità adeguata ad affrontare le molteplici conflittualità inerenti alla ricerca di un’indipendenza e libertà che non si risolve in una semplice abnegazione della propria natura di donna, né nell’esclusione o appiattimento dell’universo maschile, che trova esponenti di grande umanità per esempio in Laurie e il professore Friedrich.
Un’indagine sulla vera essenza della femminilità, in bilico tra bisogni opposti (solitudine e romanticismo, felicità e dovere, indipendenza e ricerca d’affetto) e inclinazioni naturali contrastanti solo apparentemente (fragilità e fierezza, accondiscendenza e orgoglio, sensualità e frigidità).

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La tensione tra questi opposti è incarnata nelle dinamiche familiari dalla rivalità tra Jo e Amy, entrambe personaggi complessi che cercano di imporre i propri ideali assoluti di grandezza in un mondo imperfetto e inospitale per le donne di carattere. E in questa versione il confronto tra Jo e Amy è anche recitativo, in quanto il duetto tra le loro interpreti è affascinante e alla pari. Florence Pugh (Lady Macbeth e Midsommar) conferisce a Amy  un contegno aristocratico e snob che si accompagna a un fascino seducente e maturo, senza nulla togliere all’isitinitvità del personaggio. E se questa Amy sembra un po’ meno fisicamente la bambina immatura e viziata che abbiamo amato interpretata da attrici come Kirsten Dunst, Florence Pugh le assicura un’indimenticabile profondità ammaliante.

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Emma Watson (Harry Potter, Colonia, Bling Ring, La Bella e la Bestia) è una convincente Meg, Eliza Scanlen (Sharp Objects) la timida e fragile Beth.
Meryl Streep un’irresistibile zia March, personaggio tipicamente british che interpretato da lei ricorda non poco nobildonne anziane e ironiche come la contessa Violet di Downton Abbey. E poi brilla nel cast il talento di Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome, Beautiful Boy, Un giorno di pioggia a New York, Lady Bird) che nell’interpretare Laurie si serve del suo carisma di bello e dannato e di quella freschezza mista alla maturità di una giovinezza sofferente ed euforica.

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Piccole donne di Greta Gerwig è un film coinvolgente e riuscito, dove estetica e sceneggiatura risplendono di un vigore trascinante e le stagioni delle emozioni sono raccontate con delicatezza e sottile intelligenza.

4 risposte a "‘Piccole Donne’ di Greta Gerwig: speranze e disillusioni della giovinezza"

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  1. Bella recensione! La Gerwig ha certamente dato freschezza a questo film, come hai giustamente scritto. Ho messo un link al tuo post sotto la recensione che ho scritto io del film, spero sia ok per te, grazie!

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    1. Grazie, sono felice tu abbia letto e apprezzato la recensione! Ho letto la tua, personalmente come avrai notato non ho avuto problemi con Chalamet, anzi il contrario ma capita che arrivino sensazioni diverse 🙂 Continua a seguirci 😉

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