‘Cani Arrabbiati’ (1974), di M. Bava

di Roberta Lamonica

Il Dottore’, ‘Trentadue’ e ‘Bisturi’, tre delinquenti in fuga dalla polizia dopo il fallimento di un colpo, prendono in ostaggio una donna e -a un semaforo rosso- salgono su un’auto guidata da un uomo con un bambino febbricitante a bordo.

Così inizia ‘Cani arrabbiati’, film del 1974 di Mario Bava, grande maestro del cinema italiano troppo spesso non adeguatamente apprezzato. Questo capolavoro assoluto del cinema italiano anni ‘70 ha avuto una distribuzione sfortunatissima. Il produttore del film, Roberto Loyola, dichiarò bancarotta e il film non venne più distribuito e conseguentemente mai proiettato in sala. Solo nel 1995 l’attrice protagonista del film, Lea Krüger, decise di occuparsi personalmente della distribuzione di Cani Arrabbiati con la sua Sfera Cinematografica. Da lì, il film ha ottenuto continui e unanimi apprezzamenti. Rimaneggiato più volte, ne esistono diverse versioni, delle cui le più popolari sono quella intitolata ‘Semaforo Rosso’ e quella (con interpolazioni forse meno apprezzabili, curate dal figlio e dal nipote di Bava) intitolata ‘Kidnapped’.

Tratto da un racconto di Ellery Quinn, ‘Cani Arrabbiati’ è stato distribuito in America con il titolo di ‘Rabid Dogs’. Molto si è detto sulle somiglianze tra questo film e ‘Reservoir Dogs’ di Quentin Tarantino. Il regista americano non ha mai nascosto il suo apprezzamento per il regista sanremese ed effettivamente -oltre il titolo- i due film hanno diversi tratti comuni: la trama, la furia incontrollata e folle di uno dei criminali, i soprannomi con cui gli stessi si chiamano tra di loro. ‘Reservoir Dogs’ uscì nel 1992, ‘Rabid Dogs’ nel 1995. Se Tarantino abbia avuto accesso al film prima della distribuzione ‘ufficiale’ da parte della Krüger, non è cosa nota. Certo è che ha spesso sottolineato come “i grandi artisti non copino, ma rubino”… che sia questo un caso?

Il film è un road-movie sudato, ultra violento e claustrofobico all’interno di un’automobile sull’autostrada Roma-Civitavecchia, una discesa agli inferi molto ‘pulp’ per Maria (Lea Krüger, la donna presa in ostaggio) ma anche per tutti gli altri occupanti (a vario titolo) del veicolo. Un road-movie claustrofobico e sudato, si diceva. ‘Cani arrabbiati’ è girato quasi completamente all’interno dell’automobile, quasi in tempo reale, nel caldo asfissiante e torrido dell’estate mediterranea, con personaggi sudici e sudati, sempre più sudati, come animali braccati e rabbiosi che, in preda alla paura, secernono liquidi maleodoranti e rivoltanti. Buone le prove degli attori: Trentadue (George Eastmann) e Bisturi (Don Backy, sì proprio lui!) urlano, strepitano, si muovono e sudano profusamente nello stretto abitacolo dell’auto.

Incapaci di controllare i propri istinti, sono tenuti a freno dal capobranco ‘Il Dottore’ (Maurice Poli), solo apparentemente il più equilibrato dei tre. Estremamente volgari nelle parole e nelle azioni, i due non esitano a tentare lo stupro della povera Maria, unica vera vittima insieme al bambino, al quale però Bava risparmia l’orrore assurdo della situazione non facendolo svegliare mai per tutto il film. Spiazzante e disturbante la scena della fuga della donna nel campo di granturco con i due banditi esagitati e ‘affamati’ all’inseguimento e la conclusione con il gusto sadico di vederla urinare davanti a loro.

A questa esagitazione insopportabile fa da contraltare la calma olimpica e imperturbabile di Riccardo (Riccardo Cucciolla, vessillifero del cinema di impegno politico in Italia con Gian Maria Volonté) che sembra essere estraneo alla volgarità che lo circonda e per eloquio e per comportamento. E invece tutta l’umanità rappresentata ha tratti di fetida duplicità e il film intero è intriso di un profondo pessimismo.

Il pessimismo del regista sanremese nei confronti dell’umanità è evidente nel senso stesso del film, in quel viaggio randomico e teso verso il ‘nulla’ sull’autostrada, viaggio dell’uomo negli abissi della propria anima, nel cuore nero della propria natura, in quell’orrore che Joseph Conrad ha descritto così bene nel suo capolavoro; nello scarto significativo tra apparenza e realtà; nei contorni sfumati tra il bene e il male in ogni individuo. A tal proposito, esemplare è la sequenza dell’uva rubata da Bisturi che -quasi docilmente- paga al contadino, perché si ricorda di un episodio simile della sua infanzia. Bava (la colonna sonora incalzante di Stelvio Cipriani e il suono in presa diretta del film) riesce a mantenere altissima la tensione e la sensazione dello spettatore di trovarsi all’interno dell’abitacolo con zoomate e primi piani impietosi e nevrotici, rapidissimo montaggio all’americana che contribuiscono all’atmosfera malsana e malata del film.

Un film che anticipa di almeno 20 anni un modo di girare e muovere la macchina da presa e che smentisce categoricamente la considerazione di Mario Bava del suo stesso cinema: “Sono sicuro di aver fatto solo grandi stronzate” -diceva-“Sono un artigiano. Un artigiano romantico, di quelli scomparsi. Ho fatto il cinema come si fanno le seggiole”. Ecco, se Bava pensava di aver fatto seggiole, in realtà aveva realizzato sedie raffinate d’arte classica e post moderna ad un tempo.

3 risposte a "‘Cani Arrabbiati’ (1974), di M. Bava"

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