La Notte dei Morti Viventi (1968) di George A. Romero

di Fabrizio Spurio

La notte in cui i morti uscirono dalle tombe e divennero metafora della condizione dell’uomo.

Un film sovversivo sotto molti punti di vista, figlio di quel ’68 e della contestazione che dilagava in ogni ambito e contesto.

La musica, il cinema, la cultura di massa stava cambiando. Si metteva in discussione la società e quell’ Establishment che aveva portato a troppe guerre. Il falso perbenismo borghese era al centro di azioni volte a denunciarne le colpe.

Nel bel mezzo di questo tumulto culturale (e non solo) il giovane George A. Romero, cineasta che fino a quel momento si era occupato di spot pubblicitari, decide di girare il suo primo film. Scelse di girare un horror in bianco e nero, perché era un genere vendibile e la mancanza del colore avrebbe fatto risparmiare molto sul costo della pellicola. Romero, per finanziare il film, fonda la Image Ten Productions, insieme ad alcuni amici, che oltre a fare da produttori avranno anche parte attiva alla realizzazione della pellicola: ad esempio Karl Hardman recita anche nel ruolo di Harry Cooper, il capo famiglia che spesso è in contrasto con le decisioni prese da Ben (Duane Jones) il protagonista del film.

Proprio da Ben si può iniziare a notare come il film rompa alcuni paradigmi del cinema: mettere come protagonista un attore di colore era una cosa rara, insolita. Farne un personaggio di spessore, che si conquista il diritto di comandare il gruppo di sopravvissuti che si rifugiano nella casa presa d’assedio dagli zombi che ormai dilagano nel paese. Romero, in questo primo film della sua personale saga sugli zombi (ricordiamo gli altri titoli: 1978 Zombi; 1985 Il Giorno degli zombi; 2005 La terra dei Morti Viventi; 2007 Le Cronache dei Morti Viventi; 2009 L’isola dei Sopravvissuti) sente ancora il bisogno di dare una seppur flebile spiegazione a quello che sta succedendo. Sembra infatti che il motivo della resurrezione dei cadaveri sia una particolare radiazione, giunta sulla Terra tramite una sonda spaziale, rientrata da un viaggio da Venere.

Il film è una forte voce che denuncia il disgregarsi della famiglia come origine di una società in corsa verso il fallimento. Sono ormai terminati i tempi della famiglia felice come ci viene mostrata, ad esempio, nei telefilm della serie “Happy Days”.

Nel film di Romero un fratello, Jhonny (interpretato da Russell Streiner), ormai divenuto uno zombi, non esita a sbranare la sorella Barbra (Judith O’Dea). Barbra si presenta ad inizio film, come se in realtà fosse la protagonista, ma ci si rende presto conto che, in realtà, è solamente una maschera preda di

terrore e perde totalmente la capacità di agire e decidere.

Sarà Ben che la scuoterà dal suo torpore catatonico, ma lei continuerà ad essere una bambola nelle mani dell’uomo, che dovrà anche faticare per proteggerla, trovando in lei, più che un aiuto, un intralcio. Nella casa si trovano anche la famiglia Cooper: il padre Harry, la moglie Helen (Marilyn Eastman) e la loro piccola figlia Karen (Kyra Schon all’epoca undicenne). Chiudono il gruppo due fidanzati, Tom (Keith Wayne) e Judy (Judith Ridley).

I Cooper sono un altro perfetto esempio della visione negativa della famiglia. Alla fine della vicenda la stessa Karen, che scopriremo essere stata aggredita e morsa da uno zombi, resusciterà a sua volta, colpendo a morte prima il padre e poi la madre, addirittura infierendo su quest’ultima con una cazzuola da muratore, colpendola ripetutamente al petto. La famiglia distrutta e “divorata” dall’interno, dal suo membro più giovane, in pieno rispetto della mentalità trasgressiva di quegli anni. Il tema della violazione del simbolo di purezza per eccellenza, un’innocente bambina, sarà ancora più centrale in pellicole future come “L’Esorcisa” (1973 di William Friedkin), ma è in questo film che il tabù viene infranto.

Quindi il seme della rivolta nasce non solo dall’esterno, ma anche dall’interno della società. Anzi, in un certo senso, è proprio la società a volersi rivoltare contro se stessa. All’uomo consumista non basta più “divorare” la merce, ma vuole addirittura fagocitare se stesso. E in tutto questo non c’è neanche più una logica razionale. Per gli zombi una vita vale l’altra, non c’è differenza tra creature senzienti e non: in un’inquadratura vediamo uno zombi nutrirsi di un insetto che si arrampica su un albero. Lo zombi non fa differenza, non ha preferenze, l’importante è nutrirsi di un vivente. Quindi, per proprietà transitoria l’uomo è alla pari con qualsiasi altro essere vivente. La morte non guarda in faccia nessuno e non fa distinzioni di ceto o razza.

Ma negli zombi la mancanza di intelletto è uno specchio degli uomini. Nella pellicola tutte le decisioni che vengono prese, da qualunque personaggio, sono destinate ad essere scelte sbagliate, spesso drammaticamente fallimentari, come ad esempio la decisione di fuggire con il furgoncino, che costerà la vita a Tom e Judy. La cosa più sconvolgente è che spesso queste decisioni sono prese proprio da Ben, quello che dovrebbe incarnare il protagonista saggio e salvifico. E’ lui che propone il piano a Tom, spingendolo, di fatto, verso una morte inevitabile insieme alla sua fidanzata.

Un altro esempio illuminante è dato dalla violenta discussione tra Ben e Harry. Cooper vorrebbe far scendere tutti in cantina, ritenendolo un posto sicuro (almeno fino a quando la piccola Karen non risorge come zombi), mentre Ben si oppone totalmente a questa soluzione in quanto teme che chiudersi in cantina equivarrebbe a seppellirsi volontariamente in una tomba. Nel finale, quando solamente Ben è l’unico sopravvissuto, per salvarsi dagli zombi che ormai hanno invaso la proprietà, deciderà di chiudersi in cantina e attendere l’alba e i soccorsi. In pratica avvalla l’idea di Cooper che aveva tanto osteggiato. Ma anche lui, alla fine, scambiato per uno zombi, verrà freddato da un colpo di fucile. Non c’è speranza, per nessuno.

Il bianco e nero del film, alcune volte lievemente sgranato, ha anche il vantaggio di dare allo spettatore l’idea di un documentario, un film girato con un certo distacco dal regista. Romero non vuole dare giudizi sulle immagini e sulle vicende dei personaggi, ce li presenta come sono, con le loro debolezze e i loro fallimenti, una sorta di verismo dell’horror, dove ci fa sfilare davanti agli occhi i vizzi (molti) e le virtù (poche) dell’uomo quando deve confrontarsi con una minaccia mortale che non conosce.

Dal punto di vista prettamente tecnico la scelta del bianco e nero permette a Romero di risparmiare anche sugli effetti speciali: il sangue è costituito semplicemente da vernice nera. Anche se grezzi i trucchi risultano, per l’epoca, disturbanti per un pubblico che non è ancora avvezzo agli orrori splatter che da li a breve si riverseranno sugli schermi dei cinema (anche se “Blood Feast”, primo film splatter della storia del cinema, è diretto da Herschell Gordon Lewis nel 1963, ma ha goduto di una piccola distribuzione, maggiormente nei circuiti dei drive-in).

Una risposta a "La Notte dei Morti Viventi (1968) di George A. Romero"

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  1. Bella recensione su uno dei pochi prodotti buoni del ‘68. Come hai espresso nella tua recensione c’è’ molto pensiero pasoliniano che lo permea… il capitalismo come nuova forma di cannibalismo. Ovviamente grande per le scene molto dure, ma velate da una certa oniricita’ (cosa che a Pasolini è riuscita solo con Teorema per esempio).

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