Il maestro di Vigevano, di Elio Petri (1963)

di Girolamo Di Noto

Non è solo un modo di dire, ma è ormai dato acquisito dalla nostra cultura che la memoria storica del Novecento sia affidata ai documenti cinematografici. Non solo ai cinegiornali, ma anche ai film di finzione. Il maestro di Vigevano di Elio Petri, tratto dal romanzo di Lucio Mastronardi, è uno di quei film che meglio hanno affrontato in modo diretto uno spaccato di vissuto reale, indimenticabile e impietoso nella sua descrizione. La storia è quella del dopoguerra e dei primi anni Sessanta del cosiddetto boom economico; la geografia quella di un paese d’acque e di terre, Vigevano, in preda ad un convulso processo di aggiornamento industriale.

Il protagonista è Antonio Mombelli (Alberto Sordi), qui in una delle sue più crudeli e sofferte interpretazioni, un maestro elementare, volenteroso, che considera la sua professione una missione, che si accontenta di un lavoro sicuro e di un’esistenza priva di sussulti. Una liscia e tranquilla vita borghese. “Sono maestro elementare di gruppo B, quarto scatto, coefficiente 271, diciannove anni di servizio”. È la voce del maestro Mombelli a introdurci nella storia, che prima ci offre un ritratto di Vigevano, cittadina fiorente dall’economia basata sui calzaturifici e poi presenta sé stesso a cominciare dalle sue scarpe. Petri è straordinario, nel raccontare il boom economico sotto un’altra angolazione, ad inquadrare Mombelli dapprima da sotto le scarpe e successivamente sul volto, quasi volesse sottolineare, in una sola scena, il mito del progresso, la faccia vera del boom, in un oggetto, in un simbolo del benessere.

Del resto, anche Mastronardi, in un momento di pausa delle riprese del film, ebbe modo di dire a Sordi: “A Vigevano, alla fermata dell’autobus, ognuno guarda i piedi dell’altro e lo giudica dalla pelle delle scarpe. I vigevanesi la torre del Bramante neanche la guardano, pensano solo alle scarpe”.

Nel gioco di trasposizione metaforica degli oggetti, la scarpa, nel cinema, ha definito vari aspetti di una persona. Chaplin, ne La febbre dell’oro, l’associa al cibo e diventa commestibile; per Nanni Moretti, in Bianca, “ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo”; ne Il maestro di Vigevano le scarpe sono l’emblema di una generazione sempre più anestetizzata dal denaro e dalla voglia di apparire. Chi non fa scarpe è considerato un inetto, un uomo superfluo.

Nell’incipit della storia la voce fuori campo del maestro è abbastanza chiara nel descrivere una società con gerarchie ben stabilite: “Ognuno qui a Vigevano porta le scarpe che può, che deve e che merita”.

Se da un lato il maestro concentra in sé il carattere di una persona che si accontenta di quello che ha, che lascia che la vita scorra e che lui scorra con la vita, dall’altro lato Ada, la moglie di Mombelli, (interpretata da Claire Bloom e doppiata da Adriana Asti), frustrata e insoddisfatta, vorrebbe vivere nel lusso, sfoggiare vestiti eleganti, non facendo altro che rinfacciare al marito con disprezzo il successo e la ricchezza che altri concittadini hanno saputo conquistare. Ada non si accontenta di uscire in piazza, andare al bar e guardare la tv, non è felice di una vita semplice, che scorre in maniera ripetitiva: comincia ad essere stufa di vivere senza potersi permettere diversivi, è soprattutto invidiosa delle sue amiche sposate con industrialotti arricchiti. Comincia a fare pressioni sul marito: intraprende ma con poca voglia un lavoro in fabbrica fino a quando non lo spinge a lasciare il lavoro di insegnante per investire il denaro della liquidazione per mettere su una fabbrica di scarpe.

Per soddisfare le ambizioni della moglie finisce per tradire la sua missione, comincia a calzare delle scarpe non adatte alla sua indole, si trasforma in un padroncino, ma la sua ingenuità, il suo essere fuori ruolo non gli gioveranno e lo faranno precipitare nella più cupa desolazione. Petri, come altri registi dell’epoca, si pensi a Lizzani, Pasolini, Salce, osserva al microscopio le trasformazioni prodotte dal boom economico nel territorio e nei comportamenti. L’espressione “italiani brava gente” si trasforma in quella di mostri individualisti, arrampicatori sociali, inseriti nella trionfante civiltà dei consumi. I soldi diventano un leitmotiv ossessivo che accompagna gli orizzonti dei desideri di ricchi e poveri, proletari, piccolo-borghesi e industriali, e il benessere economico è raggiunto al prezzo del deserto affettivo, in un clima di opportunismo e lassismo morale.

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Se Mombelli è un personaggio perdente perché troppo passivo, “pieno di catrame e paura”, vittima delle vessazioni e umiliazioni del suo direttore didattico, ostaggio della moglie rapace, frustrata e insoddisfatta, Ada rappresenta tutti i difetti della provincia cinica, arricchita e ipocrita. Comincia a lavorare non per essere indipendente o perché ambisce alla parità dei diritti ma semplicemente perché vuole essere come gli altri.

Non giudica le persone per quello che sono ma per quello che hanno. E dal momento che verrà giudicata da chi incontra in base a ciò che possiede, tenderà a fare della sua vita una rappresentazione, e soprattutto, come ha scritto Galimberti nel saggio I vizi capitali e altri vizi, “a percepirsi con gli occhi degli altri, fino a fare di sé uno dei tanti prodotti di consumo da immettere sul mercato”.

Sordi e Petri non andarono molto d’accordo. Romani entrambi, di origine proletaria e di passato comunista Petri, di origine piccolo-borghese e di idee democristiane Sordi, il loro incontro non poteva essere facile. Eppure, nonostante Petri volesse come prima scelta Tognazzi, ne Il maestro di Vigevano il conflitto tra regista e attore darà forza ad un personaggio e un ambiente che alla fine risulteranno memorabili.

Fu una delle messe in gioco più rischiose e coraggiose di Sordi: non era alquanto facile interpretare credibilmente un ‘lumbard’, fuori dai comodi e rassicuranti vezzi della romanità.

Sordi riuscirà nell’impresa. Versatile, eclettico, capace di passare dalla commedia al dramma con grande abilità, Sordi sa essere, come scrisse Soldati, “straziante e ridicolo, sublime e miserabile, cretino ed eroe”, capace di evidenziare tutta la contraddittorietà di un miracolo che a livello personale, identitario non ha nulla di miracoloso.


 

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