L’uomo del banco dei pegni, di Sidney Lumet (USA, 1964)

di Bruno Ciccaglione

Nel giorno del venticinquesimo anniversario della morte di sua moglie ad Auschwitz, in uno dei rari tentativi di esprimere quel che lo tormenta, Sol Nazerman (Rod Steiger) finalmente rivela: “Oggi è un anniversario”. Che cosa è successo quel giorno? “Io non sono morto”. Siamo al cuore del film: il trauma indelebile ed il senso di colpa di chi è sopravvissuto alla Shoah, di chi vive la memoria come una condanna, da cui solo la morte potrà liberare. Quando Sidney Lumet diresse questo film, nessun altro film americano aveva raccontato da questo punto di vista il tema della Shoah. Il risultato sarà un film coraggioso, duro, onesto, che era probabilmente molto più avanti dei suoi tempi e per questo dovette subire attacchi di ogni genere, ma che oggi ci appare di una lacerante bellezza.

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L’inizio degli anni ’60 offriva un quadro ricco di novità, nel cinema come nella società americana: l’impatto della televisione aveva prodotto una crisi di incassi per Hollywood, ma concorse anche a determinare una diversa attenzione a racconti più maturi e realistici. Alcuni film europei – soprattutto quelli della Nouvelle Vague francese – avevano avuto un grande impatto e mostravano la possibilità di un cinema realizzato a costi contenuti e non ingessato nei grandi studios. Nel 1961, tra le novità che avevano animato, vivacissimo, il dibattito a livello internazionale, c’era stato il processo ad Adolf Eichmann, trasmesso in televisione in 37 paesi, che aveva alimentato una discussione per alcuni aspetti nuova sulla Shoah (la “banalità del male”, proposta da Hannah Arendt).

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L’uomo del banco dei pegni (1964) era l’ottavo film di Sidney Lumet. Grazie alla straordinaria fotografia di Boris Kaufman (che aveva vinto un Oscar con Fronte del porto di Kazan), il film è girato con un bianco e nero pieno di contrasti forti, con un taglio documentaristico particolarmente evidente negli esterni girati ad Harlem, in cui la vita di strada è mostrata nella sua seducente minacciosità. Prezioso il commento musicale di Quincy Jones, che unisce la pulsazione ritmica del quartiere afroamericano della grande mela, allo spaesamento psicologico del protagonista, giocando spesso fra il contrasto tra la vitalità della vita di strada e la cupezza che pervade l’animo di Nazerman. Il protagonista, un ebreo tedesco sopravvissuto allo sterminio in cui ha perso la moglie e i figli, per sopportare la memoria dei traumi che hanno sconvolto la sua vita, ha sviluppato una forma di indifferenza ad ogni tipo di relazione umana. Il suo distacco emotivo lo rende il perfetto, cinico ed impietoso gestore del banco dei pegni del quartiere, che affronta senza il minimo cedimento il quotidiano susseguirsi di disperati che impegnano gli oggetti più improbabili e per i quali lui riconosce sempre somme infime. Proprietario del banco dei pegni, che usa per riciclare i profitti delle sue attività illecite (gioco e prostituzione soprattutto), un gangster di quartiere afroamericano, elegante ed intelligente. Ma la cosa, come ogni altra, del resto, non turba Nazerman. L’indolenza che Rod Steiger regala al personaggio è memorabile, il che renderà ancora più violenti i momenti in cui essa viene squarciata, nella seconda parte del film. La strategia del distacco, su cui ha ricostruito la sua vita, sembra consentire a quest’uomo una vita moderatamente agiata, in cui mantiene una cognata con la sua famiglia in una casa di Long Island e una amante con un padre malato, anche loro dei sopravvissuti, in un legame che comunque non ha nulla dell’amore.

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Il film venne attaccato un po’ da tutti. Già in fase di preproduzione la Metro Goldwyn Mayer, visto il rifiuto di Lumet di tagliare una serie di scene ritenute troppo dure o troppo esplicite si ritira dal progetto. Realizzato con un produttore che decide di rischiare di suo, Ely Landau, non ottiene il visto dalla censura, a causa di due scene contenenti un seno nudo, brevissime e peraltro decisive: una prostituta si offre a Nazerman il quale, nel turbamento che sta vivendo, rivede attraverso di lei la moglie, costretta a prostituirsi in lager, anche lei a seno nudo, in un postribolo riservato alle SS. Lumet decise di non girare delle versioni alternative senza nudità e di fare ricorso contro la prima bocciatura del film: il blocco ritardò di molto l’uscita del film, che nel frattempo andrà al festival di Berlino, dove Rod Steiger vincerà l’orso d’argento come migliore attore proprio per questa interpretazione. Alla fine, in seconda istanza, pare col parere decisivo di Joseph Leo Mankiewicz che ne faceva parte, la commissione per la censura decise di sbloccare l’uscita in sala del film senza i tagli richiesti in sede di prima decisione e così per la prima volta un seno nudo fu ritenuto ammissibile negli Stati Uniti. Naturalmente all’uscita del film non mancarono i gruppi “cattolici” e delle “famiglie” che praticarono il boicottaggio del film. Una parte della comunità degli ebrei americani temeva che esso alimentasse – attraverso lo stereotipo dell’ebreo usuraio – l’antisemitismo. Una parte degli afroamericani temevano alimentasse gli stereotipi tipici al loro riguardo (criminalità, prostituzione, gioco d’azzardo). Rivisto oggi il film si dimostra acuto, profondo, girato con un rigore estetico ed etico impeccabili.

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Il passato di morte, per paradossale che sia, con la sua ossessione, risveglia la vita e costringe l’uomo del banco dei pegni a guardare il mondo in cui vive, il suo lavoro, le sue relazioni umane. E la vita fa paura, turba, impone scelte, prese di posizione. Di fronte alla tragedia si risveglia una indignazione, una forma di empatia umana, una ribellione. Forse è la speranza di morire – così di pagare finalmente la colpa di essere sopravvissuto alla Shoah – a fargli mettere in discussione tutto ciò con cui ha convissuto con indifferenza per anni, ma questa speranza non viene esaudita. Dovrà continuare a portare il peso, drammatico, di non essere morto neppure stavolta, chissà se ci riuscirà? È condannato alla vita, a vita.

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