Le stagioni del nostro amore (1966), di Florestano Vancini

di Greta Boschetto

Le stagioni del nostro amore è un film del 1966 diretto da Florestano Vancini con Enrico Maria Salerno, Anouk Aimée, Jacqueline Sassard, Gastone Moschin, Valeria Valeri e Gian Maria Volonté.

“Vittorio, ti ricordi…” “Non dirmi più ti ricordi… Scusami. È che già troppo spesso per conto mio torno indietro, al passato, alla bella età, in cui volevamo o non volevamo qualcosa. Alla stagione delle grandi scelte della nostra vita, del nostro amore per la vita, per tutto.” “Ma tu perché non sei contento?”

La gioventù e l’età adulta, e di conseguenza il modo di vivere la vita, gli amori e la politica: passione, fede ed entusiasmo che pian piano lasciano spazio a disillusione e delusione.

Il crepuscolare e intimista bianco e nero della fotografia delicata di questo film di Florestano Vancini tratteggia, accompagnato dalle note malinconiche delle bellissime musiche di Carlo Rustichelli, i dolori sentimentali di un quarantenne Enrico Maria Salerno in crisi esistenziale, mentre chiude due relazioni contemporaneamente, sia con la moglie che con l’amatissima amante più giovane, e i tormenti esistenziali da giornalista di sinistra ormai lontano dal fervore politico della giovinezza, ingannato dalle sue stesse aspettative, troppo alte, forse utopiche.

Tutta la disillusione degli anni Sessanta ci viene mostrata attraverso gli occhi di Vittorio Borghi (Enrico Maria Salerno), in gioventù partigiano valoroso, attivista comunista, giornalista che viveva la professione come una fede religiosa più che un lavoro, ora più anziano, stanco, amareggiato e deluso.

Vittorio, sposato con una donna ormai sfiorita che non lo stima più e forse nemmeno lo odia tanta è l’indifferenza nel loro rapporto, viene lasciato anche dall’amante ventenne, che era l’unica buona ragione per dare un senso alla sua vita ma alla quale non può dare di più e lei, conscia di ottenere solo una vita a metà, decide di allontanarsi.

Di fronte al disastro della sua esistenza, al vuoto dei rapporti e a un’incomunicabilità dolorosa, Vittorio decide di tornare nella sua città natale, come un bambino che corre a rifugiarsi sotto la gonna della mamma: si muove pensoso tra i ricordi, un ramingo impegnato in un pellegrinaggio nel passato che si riflette nel presente, in una Mantova meravigliosa, fredda e austera, in una Lombardia bucolica apparentemente cornice statica di un tempo lontano, con il vecchio padre e i suoi amici ancora fermi in una campagna socialista d’altri tempi.

Ma anche a Mantova non si è rimasti immobili nel tempo: gli amici marxisti sono scomparsi o sono cambiati, sono cresciuti e sono diventati dei bravi borghesi: parlano disillusi, bevono cocktail a eleganti party in una provincia vacua e annoiata.

Sono tutti cambiati, come lo è lui: gli ideali del comunismo si sono infranti, il “sol dell’avvenire” di un tempo è diventato il presente di oggi, ma non come lo avevano sperato e immaginato.

Nel suo vagare incontra un amico di vecchia data (Gian Maria Volontè), in passato da tutti considerato il Compagno duro e puro, che ancora oggi ci vorrebbe credere ma che non ha tempo perché distrutto dal fallimento del suo matrimonio, incapace di fuggire dalla sua gabbia; ritrova un altro amico (Gastone Moschin) prima comandante di un gruppo partigiano, ora metronotte con l’artrite; si approccia di nuovo al suo amore giovanile (Anouk Aimée), che in passato aveva preferito sposare un uomo benestante piuttosto che lui, si ritrovano a una festa, fanno un giro soli, parlano e ricordano di quando lei faceva “la matta, la pittrice con i pantaloni di velluto e i capelli come Juliette Gréco”, l’anticonformista che segretamente sperava di avere tutto quello che avevano le sue amiche, matrimonio e figli che effettivamente ha poi avuto, disposta a riallacciare una relazione con Vittorio che però capisce subito che le intenzioni della donna nascono solo da una noia profonda.

Prima di lasciare Mantova, Vittorio va a ripulire dalle erbacce la tomba della madre: la catarsi emotiva si conclude, e non c’è salvezza, ma una cupa accettazione dopo un momento violento e disperato: in un parco i giovani della nuova generazione, spensierati e leggeri rispetto a lui e ai suoi coetanei a quell’età, ballano al juke-box. Vittorio, sempre più distante dalla nuova società che si sta andando a creare, inizia a urlare “non mi avrete mai”, melanconico e disperato, contro ogni retorica, contro tutti.

I giovani ragazzi lo guardano increduli, lui si alza sconfitto: la fanciullezza è un periodo, la vita un continuo declino, l’importante è averne consapevolezza.

Chissà se un giorno, a quarant’anni, anche quei ragazzi ridenti e festosi vicino al juke-box si sentiranno come Vittorio.

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