Toro scatenato, di Martin Scorsese (Raging Bull, Usa 1980)

di Laura Pozzi

Il 20 settembre scorso si è spento all’età di 84 anni Michael Chapman, storico e visionario direttore della fotografia, noto soprattutto per la proficua collaborazione con Martin Scorsese, che sul finire degli anni settanta/inizio ottanta, diede vita a due gigantesche “creature” cinematografiche entrate di diritto nella storia del cinema: Taxi Driver e Toro scatenato. Due film per un unico grande attore, due uomini sprofondati negli abissi esistenziali del loro inferno privato e una fotografia potentissima resa immortale dallo sguardo pittorico di Chapman, che riesce a penetrare nelle crepe dell’animo umano fasciando di luce ed ombra lo scorticato destino di chi possiede un biglietto di sola andata per la città dei falliti. Toro scatenato è un film del 1980, ma l’idea di portare sul grande schermo la turbolenta vita di Jake La Motta, risale al 1975 quando Robert De Niro letta la sua autobiografia ne resta talmente affascinato da proporla a Martin Scorsese con cui aveva avviato uno dei più floridi e longevi sodalizi artistici di tutti i tempi. Il regista, totalmente a digiuno di pugilato, si affida al travolgente impeto dell’attore, che rivede in quella storia tracce di un passato indelebile, vissuto fra le pittoresche strade di Little Italy in compagnia di operai italoamericani. Scorsese in quel momento non attraversa un buon periodo, soffre di crisi asmatiche, fa uso di sostanze stupefacenti, ed è in piena crisi depressiva per l’inaspettato flop di New York New York, ma l’entusiasmo di De Niro e le rovinose cadute di La Motta sono così contagiose e famigliari da convincerlo ad abbracciare il progetto. Un progetto che vede la presenza di Peter Savage e un non meglio identificato Joseph Carter, con i quali l’ex pugile aveva scritto una fantasiosa autobiografia dove colpe e  peccati del protagonista venivano in buona parte smussati e letti in un’ottica fin troppo bonaria. Savage diventa coproduttore del film, mentre la sceneggiatura naviga a vista e si concentra solo ed esclusivamente su alcuni episodi del libro.

L’avvento  e il ritorno di Paul Schrader (dopo la felice collaborazione in Taxi driver) segna una svolta a livello drammaturgico, conferendo al film una struttura insolita e poco allineata, basata sul continuo disaccordo di eventi, la cui esagitata progressione è dettata dalla rabbia e dagli impulsi autodistruttivi di un protagonista in continuo black-out emotivo. Le eloquenti e suggestive note della Cavalleria Rusticana aprono le danze e volteggiano insieme alla fumosa solitudine di un uomo filmato al rallentatore, avvolto nella nebbia, sospeso all’interno di un ring dove tre corde, al pari di tre croci, simboleggiano le sorti di un destino avverso. L’uomo saltella, scalcia indomito, assesta pugni a vuoto e assapora la vetta. Poi quella magia di colpo scompare disperdendosi all’interno di un camerino dove un individuo grasso e visibilmente appesantito recita monologhi davanti allo specchio. Un’insegna luminosa ci invita a passare una serata con Jake la Motta, ex campione mondiale dei pesi medi e ora (siamo nel 1964) cabarettista di dubbio valore e proprietario di sordidi night club. Nel mezzo la discesa agli inferi di un uomo insicuro, complessato, ossessionato dalla propria immagine, da quelle mani troppo piccole per battere i grandi e da quelle libbre di troppo che non tarderanno a prendere il sopravvento. Conosciuto per la sua fama di picchiatore, nonché incassatore, la disperata parabola esistenziale di La Motta si snoda attraverso un privato dall’andamento delirante e  imprevedibile. Il controverso e maniacale rapporto con il fratello Joey (uno Joe Pesci strepitoso nel tenere testa e freddare le paranoie del raging bull), l’asfissiante e alienata gelosia nei confronti della giovanissima moglie Vickie (Cathy Moriarty) e l’assoluta incapacità nel trovare un antidoto efficace contro gli urlanti e velenosi demoni interiori.

Di qui l’urgenza di un’ espiazione che passa attraverso una mortificazione corporea di chiara matrice cattolica. In questo senso l’interpretazione di De Niro, giustamente premiato con l’Oscar, assume davvero caratteristiche di proporzioni bibliche. Arrivato ad ingrassare trenta chili, il monumentale Bob annulla e sacrifica se stesso all’interno di un involucro debordante dopo averlo tumefatto e martirizzato tra le corde di un ring. Conquistato il titolo mondiale contro Marcel Cerdan nel 1949, il 14 febbraio 1951, nel corso del tredicesimo round, il toro del Bronx è costretto a piegarsi al nemico storico Sugar Ray Robinson dopo una lunga e cruenta “passione”. Nel filmare la sua condanna e la definitiva resa professionale Scorsese si affida ad immagini sacrali, nelle quali la sconfitta e il corpo cristologico di La Motta vengono trasfigurati in una crocifissione di spietata efferatezza. Quella corda che continua a sanguinare e sulla quale la mdp indugia senza pudore, rappresenta il culmine e l’epilogo di una delle sequenze cinematografiche più belle e allucinate di sempre.

Le scene di combattimento non sono molte, (per questo è fuori luogo definirlo un film sul pugilato) ma l’abilità di Scorsese e il montaggio di Thelma Schoonmaker (anch’esso premiato con l’Oscar), nell’alternare e modificare immagini e suono attraverso la soggettiva dei pugili, posiziona lo spettatore al centro del ring, immergendolo nel crudo realismo degli incontri. Il regista si affida alla lucentezza di un abbagliante bianco e nero di stampo neorealista, ma tutto il film nonostante le apparenze è pervaso da un alone di santità. Basti pensare alla straziante conversione di Jake, che rinchiuso all’interno di una cella dopo l’arresto per corruzione di minorenne picchia la testa contro il muro prendendo a pugni se stesso e quella vita sprecata. Una sequenza in cui Chapman libera il suo genio, e consente al protagonista di porre fine alla sua devastante cecità esistenziale. Film manifesto e ultimo capolavoro della New Hollywood nonostante le svariate candidature ai premi Oscar, la pellicola portò a casa due sole statuette (miglior attore e montaggio), inchinandosi all’esordiente Robert Redford e al suo folgorante Gente comune. L’ennesima sconfitta che un ritrovato Jake La Motta commenterebbe con un beffardo “Non è la tua serata Marty” .

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