I ponti di Madison County, di Clint Eastwood (1995)

di Marzia Procopio

In un piccolo paese nello stato dell’Iowa il fotografo cinquantaduenne Robert Kincaid (Clint Eastwood) arriva alla casa di Francesca Johnson (Meryl Streep), una casalinga quarantacinquenne di origini italiane, a chiedere informazioni stradali per raggiungere i ponti coperti della contea di Madison, che deve fotografare per un servizio commissionatogli dalla National Geographic Society. Si è perso, le spiega, e lei, che è a casa da sola perché il marito e i suoi due figli adolescenti sono fuori città per qualche giorno, decide di accompagnare lo sconosciuto. Questo l’inizio della storia, ma il racconto inizia dalla fine: Francesca esprime nelle disposizioni testamentarie la volontà di essere cremata; i figli si stupiscono, insorgono, scoprono cose mai sapute sulla madre.

I ponti di Madison County (The bridges of Madison County), il primo film ‘romantico’ di Clint Eastwood, indaga il tema dell’amore analizzandone la portata euristica e le conseguenze gnoseologiche: la conoscenza di sé che passa attraverso certi incontri, la constatazione sorprendente per noi stessi di ciò che davvero siamo, la rivelazione altrettanto sorprendente per gli altri di ciò che davvero siamo.

Bastano poche ore perché fra i due nasca immediatamente un rapporto molto intenso, che durerà quattro giorni ma cambierà per sempre le loro vite. Alla fine di quel brevissimo spazio di tempo, Robert chiederà a Francesca di lasciare la sua famiglia e la sua vita “fatta di piccole cose” e di andare via con lui: al di là della sua casa e dei suoi affetti, di una vita già segnata, prevedibile ma da lei liberamente scelta, la vita piena e colma di promesse con l’amore della sua vita, l’unico uomo che ha riconosciuto e saputo esaltare la vera essenza di lei, le sue forza e sensualità.

La pellicola inserisce il racconto in una ‘cornice’ costituita dalla lettura dei diari della donna, che arrivano allo spettatore dalla voce off di Meryl Streep; alla sua uscita, nel 1995, ottenne un grande successo di pubblico e apprezzamenti da parte della critica, non solo per l’interpretazione degli attori e la regia di Eastwood, sensibile e attenta a ogni dettaglio (camera soprattutto su Streep, per testimoniare il processo di cambiamento, scene girate in ordine cronologico per aiutare l’attrice a guardare la storia dal punto di vista di Francesca), ma anche per l’adattamento di Richard La Gravenese dell’omonimo romanzo di Robert James Waller, la calda fotografia di Jack N. Green e la raffinata, struggente colonna sonora composta da Lennie Niehaus (Eastwood è sempre molto attento alle musiche dei suoi film, per molti dei quali ha composto anche le musiche). La scelta di raccontare in flashback è un elemento narrativo che, con il messaggio finale rivolto ai figli – “siate felici, bambini miei” – potrebbe risultare quasi stucchevole e soprattutto gratuito, perché non aggiunge nulla alla perfezione della storia, al suo cuore ardente. A guardare più attentamente, però, la struttura è funzionale a illuminare il tema della memoria come legame. Nei ricordi di lei, infatti, il dolore della rinuncia non diviene mai rimpianto: è un dolore che tiene in vita l’amore, perché Francesca sa che le persone che amiamo, anche quando vanno via, vivono sempre e per sempre nel corpo, nelle parole, finché c’è vita; ed è un ricordo grato perché certi amori, anche se durati il tempo di un abbraccio, sono come una cesura nelle nostre vite, pietre angolari da cui ripartire. In questa prospettiva, tutto ciò che emerge nei diari – le lacrime segrete versate nel chiuso di una stanza, le parole che costruiscono, qualche anno dopo, racconti per l’amica, i pensieri custoditi nell’anima – è il filo teso fra chi parte e chi resta. L’amore ci cambia, ma soprattutto ci rivela a noi stessi, e a quel punto agli altri che amiamo; e, scrive Francesca ai suoi figli, “quello che è importante è essere conosciuti”.

L’amore è visto dall’angolo prospettico della protagonista: che cos’ha di indimenticabile e unico, per lei, Robert Kincaid? Che intuisce, elicita ed esalta il nucleo selvaggio, curioso e libero di Francesca; un cuore selvaggio che è anche il suo, ed è questa similarità che li fa riconoscere reciprocamente. Kincaid è un uomo che ha girato il mondo, una sorta di viaggiatore mistico dei deserti asiatici, di fiumi lontani, di antiche città; un uomo che sembra non appartenere al suo tempo, anticonformista e libertario, un loser di quelli che piacciono a Eastwood e al suo modello John Ford: e se Richard, il marito di Francesca, si fa servire a tavola come un tipico maschio americano degli anni ‘60, Robert invece taglia le verdure e cucina con lei, chiede di lavare i piatti, le fa domande sulla sua vita di prima del matrimonio: “le piaceva insegnare, perché ha smesso?”. E lei, che non è abituata, svicola e si rimette nell’angolo dove è abituata a stare, ma riscopre se stessa. Basta una cena, e le si spalanca un mondo sconosciuto dove c’è spazio anche per la poesia di Yeats:

E camminerò in mezzo all’erba alta dai molti colori,

E coglierò fino alla fine del tempo e dei tempi,

Le mele d’argento della luna,

Le mele d’oro del sole.

E quando, alla fine della serata, quello sconosciuto la congeda con lo sguardo intenso di un maestoso Clint Eastwood, all’epoca sessantacinquenne – “Non si illuda, Francesca: lei non è affatto una donna semplice” – rientrata in casa, la donna si guarda allo specchio, si accarezza la pancia e i fianchi come se li vedesse per la prima volta. Attraverso lo sguardo di lui, che non a caso è un fotografo, comincia per lei il ritorno verso se stessa, la scelta deliberata e involontaria dell’amore, l’amore come riscoperta di sé.

Mentre i figli leggono i diari della madre, la invidiano: i due fratelli si scambiano confidenze sui loro matrimoni e si rendono conto di quanta libertà ha sorprendentemente esercitato la donna. La voce di Meryl Streep prosegue a descrivere il corpo ‘erotico’ di quell’uomo che si muove con tranquilla disinvoltura nella cucina di famiglia, che occupa uno spazio definito nel mondo, che si prende cura di lei interessandosi al suo passato, offrendole una birra da portarsi in bagno, insegnandole a godersi la vita, a godere di ogni momento.

C’è un ballo in cucina, una scena indimenticabile che dura tantissimo ed è tanto più erotica quanto meno fa vedere, se non un bacio e un abbraccio serrato mentre il disco – I see your face before di Johnny Hartman – continua a suonare; si ode un sussurro, quasi un ultimo avvertimento – “Se vuoi che smetta dimmelo adesso” – ma prevale su tutto il desiderio di scoperta: odori, carezze, e quei sorrisi occhi negli occhi che precedono i baci degli innamorati, in quel punto in cui ogni gesto e ogni parola si caricano di senso e in cui l’Altro dà forma e materia all’inconfessato e insospettato dei desideri. Francesca si farebbe portare ovunque da quello sconosciuto che per lei è terra inesplorata, sete inestinguibile, porta sull’ignoto del mondo. Robert legge ciò che lei pensa e vuole, lei non sa più chi è: “mi comportavo come un’altra donna” – confesserà ai figli – “eppure non ero mai stata così me stessa”.

La perfezione si incrina il giorno prima della partenza di Robert. Francesca è diventata aggressiva senza un motivo apparente: lo accusa di essere un donnaiolo, di non attaccarsi, lui ribatte che non vuole aver bisogno di lei, perché non può averla. Lacrime, tante, la proposta di Robert di seguirlo, Francesca che rifiuta perché sa che, se andasse con lui, finirebbe per maledire quell’amore e che quei quattro magici giorni diventerebbero, nella memoria e nella coscienza, l’inizio della fine. “Noi siamo le scelte che abbiamo fatto” e che ci definiscono; così la donna chiede all’uomo di aiutarla a lasciarlo andare, perché solo perderlo le permetterà di amarlo per sempre, di aggrapparsi per sempre al ricordo di loro due. È solo per poter rinunciare a un amore così perfetto, miracoloso punto di coincidenza tra ideale e reale, tra sguardi e corpi, che Francesca cerca la discussione; per non soccombere al dolore facendo ricorso alla rabbia, per mantenere un ultimo, disperato contatto con le cose. Tornano il marito Richard e i figli, torna la vita “fatta di piccole cose”: “mi sentivo piena di gratitudine e al sicuro.” Dopo qualche giorno, dal furgone dove aspetta il marito, Francesca vede Robert che la guarda sotto la pioggia battente; il sorriso di lui, un indugio un po’ più lungo del necessario davanti al semaforo dove sono fermi – lui davanti, loro dietro – la tentazione della donna di scendere: è l’ultima volta che si vedranno. Negli anni che la separano dal ricongiungimento ideale con Robert, a Francesca non resterà che cercare una nuova amica a cui raccontare di lui – “Stare con lei mi faceva sentire che potevo pensare a lui…che potevo continuare ad amarlo” – e poi tornare ogni anno, nel giorno del suo compleanno, ai ponti coperti. Arrivati alla fine della lettura, i figli sapranno della morte di Robert e dell’eredità: una lettera e tutti i suoi averi, e poi il suo bracciale, la catenina, un album fotografico a lei dedicato, ricordo dei giorni perfetti, Four Days – Remembering.

Tutto è chiaro, adesso: le ceneri di Francesca possono ora nuotare nell’aria, disperse nel fiume, insieme a quel che resta di Robert; e sui quattro struggenti minuti dei titoli di coda Eastwood celebra, con una ripresa aerea del ponte coperto, le anime dei due innamorati finalmente riunite. È il congedo commosso da un amore durato il tempo di un sogno ma capace di definire un prima e un dopo, la linea netta tra il passato e il futuro. C’è dolore ma non tragedia: perché quell’amore c’è stato, ed è stato squarcio nel velo di Maya, dono raro e insperato che è possesso per sempre.

I vecchi sogni – aveva detto Robert a Francesca in cucina – erano bei sogni. Non si sono avverati, comunque li ho avuti”.

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