Little Miss Sunshine (2006), di Valerie Faris e Jonathan Dayton

di Roberta Lamonica

“Lo sai cos’è un perdente? Il vero perdente è uno che ha così paura di non vincere che nemmeno ci prova.” (Nonno Ed)

‘Successo’. Una parola che ha un sapore dolce e seducente ma che troppo spesso brilla di una luce abbagliante. Ma in definitiva, cosa è il successo?

Secondo un modello culturale occidentale dominante, successo è avere una bella casa, una famiglia perfetta, un buon lavoro, il riconoscimento del proprio ruolo all’interno della società e di un mondo frenetico e consumistico che rincorriamo senza sosta, spinti da insaziabili desideri e da smanie irrefrenabili e inconfessabili.

Ma può sempre accadere che all’improvviso qualcosa si inceppi, che un ingranaggio smetta di funzionare o che un progetto non si realizzi. Ed è lì che si palesa – spettrale – il vero volto del ‘mostro consumista’ che si nutre di questa nostra spasmodica brama e che si annida strisciante dietro una finestra, un bel giardino… dietro i lustrini di un concorso di bellezza.

Tanto cinema americano, indipendente e non, si è focalizzato sull’intrinseca ipocrisia e sull’evidente fallimento di questo modello sociale in cui il successo diventa il sistema di misurazione del proprio valore. Si pensi, ad esempio, a Un giorno di ordinaria follia, di Joel Schumacher, in cui l’insuccesso ‘sociale’ devastava la mente del protagonista fino a frantumarla in schegge incontrollabili di follia.

Little Miss Sunshine, film del 2006 diretto da Valerie Faris e Jonathan Dayton con la sceneggiatura di Michael Arndt, è riuscito a mostrare una via d’uscita alternativa all’annientamento che deriva dall’insuccesso sociale e ad offrire uno sguardo anche indulgente e redimente su una ‘tipica’ famiglia disfunzionale, una famiglia di ‘super freaks’.

Una famiglia ‘aspirapolvere’, quella degli Hoover, in cui il padre Richard (Greg Kinnear) aspira a un successo professionale come motivatore e invece fallisce, rischiando di danneggiare l’equilibrio emotivo dei suoi stessi figli.

La madre Sheryl (Tony Collette) aspira a tenere la sua famiglia unita e felice a ogni costo e invece si confronta, stressata e nevrotica, con l’afasia e l’incomunicabilità dei suoi membri; il figlio Dwayne (Paul Dano) aspira a diventare un pilota da combattimento, figlio-eroe di un’America i cui simboli sono ormai privi di ogni significato, ma è daltonico e non potrà realizzare il suo sogno; la piccola Olive (Abigail Breslin), aspira a diventare reginetta di bellezza e si ‘droga’ dei sorrisi finti e delle immagini patinate che si riflettono schizofreniche sulle lenti dei suoi grandi occhiali dalla tv aspirapolvere che guarda di continuo, chiusa nella sua stanza.

E poi c’è nonno Ed (Alan Arkin, Oscar per la sua interpretazione), che si droga e… basta. Lui letteralmente ‘aspira’ eroina.

Ma tutti, come minuscoli granelli di polvere, sono aspirati all’interno di un sistema-aspirapolvere che rende impossibile comprendere, soffrire, compatire, accettare. Solo lo zio Frank (Steve Carell), esegeta di Proust ma soprattutto aspirante (!) suicida, deluso e tradito dal lavoro, dall’amore e dalla vita, realizza prima degli altri, accettandola, la propria ineluttabile condizione di ‘loser’, rispetto ai parametri imposti dalla società.

Gli Hoover vivono su un asse ‘verticale’, che ha aspirazioni verso l’alto, perché è il ‘su’ che determina il livello di successo raggiunto; sono i ‘nine steps’ del programma del libro di Richard, il motivatore che non ‘funziona’.

E allora una circostanza che coinvolge tutta la famiglia può essere occasione per ripensare a una vita in ‘orizzontale’, ad aspirazioni orizzontali, in cui tutti abbiano valore al contempo per sé e come parte di un tutto, e non in base al gradino che occupano sulla scala sociale.

L’occasione per rimodulare, anzi forse proprio per rifondare la propria vita, è offerta dal più effimero e ‘capitalistico’ degli eventi: un concorso di bellezza, una di quelle manifestazioni aberranti in cui bambine vestite da ‘grandi’, tutte capelli cotonati e smorfiette, vengono fatte sfilare per il piacere voyeuristico e morboso di mamme frustrate e adulti maliziosi.

La competizione è nutrimento primo del capitalismo: vincere un concorso diventa la cartina al tornasole del valore personale dell’individuo, della sua spendibilità come merce sul mercato dell’effimero.

E l’ ipersessualizzazione dell’infanzia – presente in un arco cinematografico che va da Bellissima di Visconti, fino al recente Mignonnes, di Maïmouna Doucouré – lungi dall’essere tema centrale di Little Miss Sunshine, diventa ulteriore espediente per attaccare frontalmente un sistema che di fatto impedisce la naturale inclinazione di ognuno, l’accettazione dei propri limiti e delle proprie peculiarità, di tutto ciò che ci rende unici, insomma, ma soprattutto liberi. Raggiungere l’hotel a Redondo Beach dove si terrà la grottesca competizione, diventa spunto per un road movie dal sapore nostalgico e hippie, un viaggio di profonda trasformazione per una famiglia che si cerca e si ritroverà alla fine del film in un ballo scoordinato e ridicolo, ma di fatto non più ridicolo del mondo assurdo nel quale ha luogo.

Il passaggio da questa dimensione di verticalità, con conseguente frustrazione per il non raggiungimento degli obiettivi prefissati, a una dimensione di orizzontalità, di cooperazione e mutuo sostegno, trova una perfetta metafora nelle scene con il furgone giallo VW, sul quale tutti i componenti della famiglia salgono in corsa, tendendosi la mano, quando capiscono che per far funzionare le loro vite devono ‘esserci’ gli uni per gli altri.

Non è un caso che il film si apra con un’idea di successo finto, irreale, proiettato sugli standard della maggioranza, racchiusa all’interno di una impenetrabile ‘scatola’ televisiva e si concluda con la rottura materiale, con il furgone giallo, di una barriera di accesso all’albergo del contest, la fortezza apparentemente inespugnabile di quella finzione tossica. È solo liberandosi dalle catene delle convenzioni, come ha fatto nonno Ed, che ci si può realizzare in modo armonico con la propria natura. Trafugato e tenuto nel cofano del van post mortem, Ed diventa simulacro sacro e memento dell’importanza di vivere una vita autonoma, fuori dagli schemi, in cui – nel bene e nel male – si è stati artefici del proprio destino,

Splendida la colonna sonora dal sapore folk e punk a cura di Mychael Danna, dei DeVotchKa (rock band indie dal gusto cosmopolita) e di Sufjan Stevens. Perfettamente aderente come un abito su misura, amplifica emozioni e situazioni del film, diventandone anch’essa protagonista. Ottime le scelte di regia, con movimenti di macchina che indulgono ora sul volto dei protagonisti, ora sul gruppo di famiglia, sottolineando il passaggio da un ‘Io’ sfocato, blurred a un ‘noi’ centrato e centrale.

Grottesco, commovente, esagerato, a tratti inverosimile, Little Miss Sunshine è diventato un piccolo cult, grazie ad attori in stato di grazia, ad un’intesa perfetta tra tutti gli elementi del suo universo filmico e ad una sceneggiatura strepitosa, in cui dialoghi brillanti e cambi di registro mai scontati si alternano vivacemente, mantenendo il ritmo del film sempre alto e coinvolgente.

Da vedere e rivedere.

4 risposte a "Little Miss Sunshine (2006), di Valerie Faris e Jonathan Dayton"

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  1. Un piccolo grande film, realizzato da due coniugi scampati al disastro antropologico americano. Solo ora, leggendo questa recensione, collego gli occhiali e il viso di Olive a quelli molto simili di Mrs Doubtfire (1993), altro film autoterapeutico USA.

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