I tre giorni del Condor, di Sidney Pollack (USA/1975)

di Roberta Lamonica

“I tre giorni del Condor ha la qualità fondamentale di ogni vera, grande opera creativa: lo si può leggere come si vuole, e in ogni caso avrà sempre forti elementi di attrattiva e fascino”.

(Franco La Polla)

Locandina

I tre giorni del Condor (1975) è un thriller cospirativo di Sidney Pollack, con Robert Redford, Faye Dunaway e Max von Sydow.

In un’intervista con John Gallagher, Pollack dichiarò che il successo del film era andato oltre ogni aspettativa anche perché “Dopo tanti film in cui avevamo affrontato temi impegnati e faticosi, io e Bob volevamo divertirci un po’, facendo un film ‘avventuroso’, all’aperto, leggero, diciamo…”.

Solitudini

Invece I tre giorni del Condor, lungi dall’essere solo intrattenimento, è uno dei migliori thriller di spionaggio realizzati nel periodo della New Hollywood e un film culto per tutti gli amanti del genere. Il film ha una credibilità, una struttura narrativa e un ritmo d’azione che non lasciano mai un attimo di respiro, pur facendosi forza di un’intensa sensibilità poetica, quasi romantica. Questo splendido film che Pollack modestamente definì solo come ‘artisticamente rispettabile’ non venne considerato per l’Oscar, tale fu l’impatto di Milos Forman con Qualcuno volò sul nido del cuculo e di Jack Nicholson che probabilmente avrebbe meritato anche l’anno prima con Chinatown di Polański, ma sicuramente resta un film imprescindibile che rinnovò e rilesse completamente il genere dello spy movie.

Trama de I tre giorni del Condor

New York

Adattato dal romanzo I sei giorni del Condor di James Grady, il film di Pollack racconta i tre giorni concitati di Joe Turner/Condor (Robert Redford), ricercatore letterario in una sezione newyorkese della Cia camuffata da società storico-letteraria dove si analizzano giornali, riviste e romanzi gialli da ogni parte del mondo per poi trasferire gli espedienti narrativi più interessanti nei computer dell’organizzazione. Unico superstite della sua sezione alla strage ad opera di un commando di sicari guidati dallo spietato e misterioso Joubert (Max Von Sydow), Joe inizia una fuga per la sua stessa sopravvivenza. Sempre più diffidente e spaventato, arriverà a costringere una ragazza incontrata casualmente in un negozio, Kathy (Faye Dunaway) a nasconderlo in casa sua per sfuggire ai killer che sono sulle sue tracce e in seguito, con il suo aiuto, scoprirà che dietro l’assassinio dei suoi colleghi e amici si nasconde la Cia stessa, o meglio, un suo ramo deviato.

La Cia, lo scandalo Watergate e la narrazione della fine di un’era

“All’uscita del film nel 1975 la Cia aveva perso quell’aura di Justice League da fumetto: il distintivo sotto il bavero dei buoni, scrive Diego Gabutti nel suo James Grady, I giorni del Condor, edito da Mondadori. E continua, “Succedeva sui giornali, dove gli echi del Watergate non si erano ancora spenti e l’umiliazione, seguita alla débâcle americana in Vietnam, era come un’ombra a lato d’ogni notizia – un trauma esistenziale e politico che si riverberava ovunque, fiction compresa”.

A casa di Kathy

La cospirazione era stato il tema centrale di due grandi film di Alan J. Pakula, Perché un assassinio (The Parallax view/1974) con un’altra icona degli anni ‘70, Warren Beatty e, in seguito, Tutti gli uomini del presidente, (1976) sulle alterne vicende del potere della stampa e sullo scandalo Watergate. Girato l’anno dopo di Perché un assassinio, I tre giorni del Condor è un film ad esso speculare perché parte da uno stile ispirato agli insabbiamenti che portarono al Watergate e racconta la storia di qualcuno che una volta scoperta una cospirazione tentava di fuggire dall’organizzazione, laddove il protagonista del film di Pakula si infiltrava nell’organizzazione per scoprirla. Un senso comune di sfiducia e spaesamento e uno sguardo nichilista pervadono queste pellicole rendendole in qualche modo documenti importanti sul cambiamento e sulla nuova dimensione dell’uomo occidentale in un mondo senza le più certezze e la protezione di una politica precedentemente quasi percepita come ‘materna e affidabile’.

New York e l’alienazione di Condor, eroe moderno

Joe Turner alias Condor

Girato in una New York invernale cupa e fredda, protagonista di cemento – immobile e distaccata – dei drammi personali piccoli e grandi dei suoi abitanti, I tre giorni del Condor fonde e confronta l’istanza politico-sociale e quella esistenziale, segnando il grosso distacco tra il singolo ormai alienato e sfiduciato che guarda con scetticismo alle virtù americane dell’ambizione, del sogno, dello spirito d’iniziativa e un sistema che invece di proteggerlo diventa nemico, ostile, generatore di isolamento. Joe Turner, dotato di una coscienza politica, di un’etica del vivere civile, uomo legato alla parola, alla lettura, alla cultura è un ‘eroe’ moderno, un Don Chisciotte idealista e illuso, apparentemente destinato a fallire, in quanto ormai fuori dalle regole del sistema, nuovo ‘clan’ contemporaneo. “Lui legge”. “Che significa? “Lui legge tutto”, dice il capo servizi della CIA di New York J. Higgins (Cliff Robertson) parlando di Turner. In qualche modo il suo leggere tutto, in tutte le lingue e tutti i tipi di testo lo apre alla possibilità di anticipare le mosse di chi tenterà di ammazzarlo e al tempo stesso lo eleva intellettualmente troppo al di sopra della percezione reale degli eventi che lo riguardano. La cultura diventa metafora di ingenuità e pericolo, l’onestà e la incrollabile fiducia nella parola, la sua condanna. Quasi stupisce il suo più essere sconvolto dall’uso della parola ‘vittime’ per l’agguato nel vicolo, che le modalità operative spregiudicate della Cia, anche nel manipolare le notizie. Il suo bisogno di ordine nel comprendere gli eventi è assimilabile alla necessità di ordine e trasparenza nell’informazione. La sua caparbietà nel porre l’accento sugli insabbiamenti e le fake news, ne fanno un personaggio scomodo e quindi sacrificabile.

Joe Turner e Kathy, ostaggio per caso

Joe e Kathy

Il suo isolamento rispetto al tempo in cui vive, all’aria natalizia che le musiche intradiegetiche di sottofondo ironicamente sottolineano, si specchia nella solitudine degli alberi spogli, nel freddo dell’inverno newyorkese e nella solitudine di Kathy, giovane fotografa talentuosa e solitaria, con una relazione ambigua, quasi vittima della Sindrome di Stoccolma, quando Joe la prende in ‘ostaggio’. Kathy guarda il mondo attraverso la macchina fotografica con cui scatta le fotografie desolate e in bilico tra la speranza e la disperazione di alberi spogli e panchine vuote (“Le hai scattate a novembre…”, le dirà Joe, che in quelle foto sente che qualcosa parla anche a lui) che poi appende sui muri dell’appartamento al piano seminterrato in cui vive, così come Joe lo guarda attraverso le pagine delle letture che gli arrivano da tutto il globo: idiomi, storie e tradizioni che diventando parte di lui lo aiutano ad anticipare mosse e a ipotizzare possibili soluzioni.

Robert Redford/Joe Turner, icona di stile

Robert Redford: fascino e classe senza tempo

Joe Turner, il suo iconico peacoat da lupo di mare con il bavero alto, orgoglioso, senza distintivi ufficiali da nascondere; la sua giacca con le toppe e i suoi immancabili occhiali enormi, il denim onnipresente su un fisico asciutto e esile, di certo non imponente, ne fanno un fragile anti Bond, che invece della Aston Martin guida un motorino e che invece di uno smoking indossa jeans e sneakers: più vicino al Roger Thornhill di Intrigo Internazionale che a Bond, Joe è simile all’uomo comune dei thriller hitchcockiani che viene messo alla prova della vita nella ricerca di un senso della cospirazione contro di lui, tanto paranoico che anche una donna che spinge un passeggino rappresenta un motivo di paura e di sospetto nei confronti dell’ombra lunga del potere.

Il potere ne ‘I tre giorni del Condor’

Il potere del governo e dei servizi si esplicita essenzialmente come potere di controllo economico e sui mezzi di informazione. “Sei sicuro che le pubblicheranno?”, dice Higgins a Joe nel monologo finale. “Nel mio lavoro non chiedo mai il perché, le domande che faccio riguardano il quando, il dove qualche volta, ma sempre il quanto”, rivela il sicario Joubert a Joe, in un momento topico del film. Il denaro, la ricchezza, i soldi. Un motore irresistibile, rappresentato dalla maestosità delle Twin Towers, inquadrate spesso e quasi sempre dall’alto, irraggiungibili e inarrivabili. In poco meno di 40 anni questa fiducia incrollabile nel potere economico come forma di controllo sul mondo sarebbe invece crollato su 2996 vite, su un Occidente attaccato da quegli stessi paesi nei quali aveva tentato di imporre il proprio controllo arrogante e antidemocratico e sul fermo immagine del volto di Turner, cristallizzato nel dubbio, nel sospetto paranoico e nella totale solitudine di un B/n disperato come le foto di Kathy, l’ultimo sussulto di calore e di bellezza in una vita senza più punti di riferimento o benché minime certezze.

2 risposte a "I tre giorni del Condor, di Sidney Pollack (USA/1975)"

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