L’ingorgo, un’umanità in attesa

di Greta Boschetto

L’ingorgo è un film di Luigi Comencini del 1978 con, tra i tanti, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Stefania Sandrelli, Ugo Tognazzi, Angela Molina, Fernando Rey, Annie Girardot, Ciccio Ingrassia e Gérard Depardieu. 

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“L’umanità fa schifo!” Montefoschi (Marcello Mastroianni)

È estate piena a Roma, sul Grande Raccordo Anulare. Una giornata come tante, macchine che sfrecciano una vicina all’altra, sconosciuti che si passano accanto, si sfiorano, per poi perdersi ognuno nella propria vita, verso la propria meta da raggiungere. Ma se un ingorgo in autostrada cambiasse il corso delle cose? Se rimanessimo bloccati per 36 ore senza possibilità di movimento, tra asfalto e lamiere incandescenti, come ci comporteremmo? 

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Non troppo bene, secondo Luigi Comencini, che nel 1978 girò questa pellicola corale dal sapore altmaniano dal titolo L’ingorgo, conosciuta anche come Black out in autostrada o L’ingorgo – Una storia impossibile, liberamente tratto dal racconto di Julio Cortázar L’autostrada del Sud.

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Erano gli anni ‘70, con le loro storture, le tensioni sociali e politiche, i cambiamenti, l’allontanamento dall’era del boom economico, gli anni della fine della commedia all’italiana, che giunge alla conclusione del suo percorso e diventa più cupa e sfacciatamente senza speranza. 

Li ho tutti davanti, i volti dei protagonisti scelti per mettere in atto il grottesco teatrino che è la nostra stessa vita, e me li immagino come noi, gli esseri umani della pandemia, bloccati in esistenze che non riconosciamo più. In proporzione alla grandezza dell’evento, ci scopriamo spaventati davanti all’ignoto, a un tempo perennemente sospeso, le regole che avevamo non bastano più, ci ritroviamo a tarare i sentimenti su qualcosa che non sappiamo per quanto tempo sarà il mondo a cui dovremo aderire. 

In un “non luogo” che è quasi metafisico, asfissiante e claustrofobico, vicini a un distributore di benzina e a un cimitero di macchine che dà al film un tono quasi post apocalittico, si intrecciano le vicende di vari personaggi, ricchi e poveri, quasi sempre contenitori di miseria morale e turpi egoismi. Infelici, tutti, indistintamente. 

C’è l’imprenditore Alberto Sordi che si definisce socialista ma è un affarista senza scrupoli, il suo segretario trattato come un servo, la coppia partita per festeggiare l’anniversario delle proprie nozze senza ormai più amore, l’attore di successo interpretato da Marcello Mastroianni, stanco dalla vita e dalla sua carriera, che si fa ospitare e irretire da una coppia che vive in un casolare lì vicino, disposti a tutto pur di uscire dalla loro condizione di povertà. C’è la giovane hippy, animo buono e libero, violentata da un gruppo di rampolli inquietanti come i drughi di “Arancia meccanica” (i riferimenti ai fatti di cronaca de “il massacro del Circeo” non sembrano assolutamente casuali), la famiglia napoletana con la giovane figlia incinta senza essere sposata, i mafiosi omertosi, il giovane operaio che forse, insieme ai vari bambini della storia, rappresenta la speranza di poter ancora incontrare persone pure di cuore. 

Tutti uniti dallo stesso momentaneo destino, ma divisi, proiettati solo verso se stessi, tranne quando l’Italia vince la partita di calcio. C’è chi si abitua facilmente, chi tenta di vendere omogeneizzati rubati da un camion per lucrare sulle difficoltà altrui, chi ci prova davvero a essere migliore ma in realtà lo era già da prima, chi prende ogni singolo evento come un affronto esclusivamente personale guardando solo ai suoi bisogni che non vengono appagati in quel momento.

Comencini analizza con la lente d’ingrandimento “i mostri” della nostra società (di prima e di oggi) e anche i rari esagerati moralismi vengono perdonati in quanto i protagonisti sono solo rappresentati di vari archetipi umani. I personaggi, rifacendosi appunto a canonici stereotipi, acquistano una forte drammaticità in una dimensione esasperata che ingigantisce ogni gesto e rende reale una situazione percepita come mostruosa e fantastica, mostrando con tagliente sarcasmo, molto simile a quello delle opere di Marco Ferreri, come sia facile regredire a una condizione animalesca, mostrando il peggio di sé, nelle situazioni di convivenza forzata e tensione.

Poi la coda finisce, ci si rimette al volante in fretta, gli elicotteri annunciano che l’ingorgo è finito, siamo di nuovo pronti a correre alla nostra vita di sempre, un po’ più stanchi forse, ma cambiati di poco.

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