All Is Lost – Tutto è perduto, di J. C. Chandor (USA 2013)

di Andrea Lilli –

Film con un solo attore, o diciamo meglio: film modellato su un attore unico come Robert Redford, All Is Lost ha questa semplice trama: un anziano navigatore solitario non meglio identificato, chiamiamolo dunque Uomo, subisce un grave danno alla barca e perde tutto ciò che serve per mantenersi in vita nel bel mezzo dell’Oceano Indiano.

Non ci interessa il suo passato, il vago accenno a beghe familiari offerto ad inizio film con la lettura del messaggio in bottiglia è superfluo. La regia si concentra su ciò cui s’aggrappa Uomo nella lotta per la sopravvivenza, raccontandoci senza parole la fragilità e la forza di un individuo abbandonato a sé stesso. Uomo contro Resto del Mondo, versione transoceanica. Stavolta non ci sono alleati, nemici, premi, pretesti e contesti: niente sirene incantatrici, pirati inseguitori, balene bianche da inseguire, marlin da legare e portar via, tigri con cui dividere la zattera. Uomo si vede allontanare ogni appiglio alla vita, ogni oggetto di soccorso, ogni speranza, sopraffatto da Oceano – eppure lotta fino all’ultimo, non molla. L’obiettivo non si stacca un secondo da questo ring, nemmeno durante le pause del combattimento, e siccome il regista come noi fa il tifo per Uomo, il film diventa una soggettiva ininterrotta su di lui mentre si difende da Oceano.

Una sfida impari: eppure continuiamo a provocare il Titano, ad attraversarlo, persino oltrepassarlo, come osò Ulisse facendo rotta oltre le colonne d’Ercole per inoltrarsi nel mistero dell’Oceano vorticoso di allora, immenso fiume ripiegato su se stesso che circondava tutte le terre emerse, limite invalicabile del Mondo conosciuto, mitico serpente d’acqua tra Cielo e Terra su cui nessuno poteva sopravvivere, oltre il quale il navigante non avrebbe trovato altro che l’abisso infinito, l’Ade, perdendo tutto. All Is lost, secondo lungometraggio di J. C. Chandor, nasce da poche pagine di sceneggiatura, occupate da questo duello puro.

All’opposto del precedente logorroico Margin Call (2011), siamo di fronte a un film quasi muto, e tuttavia mai silenzioso. Il suono dei flutti fa da basso continuo, su cui risaltano di volta in volta i rumori con cui le cose parlano. La barca a vela si schianta contro lo spigolo di un container alla deriva, l’acqua scroscia dentro fragorosa, scandalosa, la radio stride prima di guastarsi, sentiamo estinguersi lo sfrigolìo elettrico. I fatti, i gesti dicono sonoramente ciò che le parole avrebbero potuto con minore effetto. Uomo immerge le braccia, le mani gorgogliano, trascina le gambe, le scarpe sgocciolano, strizza i vestiti, ansima, accorre, ripara, cucina, mangia, tira, recupera, timona, sbatte, afferra, scivola, cade, nuota, sbraccia sott’acqua, s’arrampica, balbetta SOS, urla afono a mercantili sordociechi di passaggio, accende fuochi, sversa acqua dai suoi gusci di noce, si dispera, si specchia, riprende il controllo, una volta perfino impreca (finalmente!), ragiona, s’ingegna nel procurarsi acqua da bere, scrive un messaggio al mondo perduto dei suoi affetti, lo chiude in un barattolo che affida alle onde del suo nemico. E noi sentiamo ogni tensione, paura, speranza, fatica, percepiamo ogni suo pensiero: lo sentiamo, insomma, grazie al linguaggio non verbale di un umile e caparbio Robert Redford, che rivendica rughe e cartilagini da settantasettenne, ancora in cerca dei propri limiti di attore.

Il vasto Oceano, da parte sua, avvolge e sovrasta la scena, domina e spazza come vuole i deboli segnali antropici: bonario sciacqua e spruzza lo scafo, fa frusciare le vele, fluttuare il container micidiale, ne asseconda il distacco dalla barca danneggiata, poi imbizzarrisce improvviso, muggisce, sussulta, scuote, scroscia, spezza, frulla, travolge, scaraventa, affonda, poi di nuovo si calma, si ridistende, rinvia il colpo di grazia su Uomo – ormai spoglio, esausto e perso.
Oceano è la Natura indifferente e acefala che non sa cosa siano pietà e giustizia, né la malvagità. Ascoltiamo i suoni della sua potenza, assistiamo partecipi al sottrarsi di Uomo, e mentre la lotta diventa sempre più drammatica emerge un sottofondo musicale anch’esso in crescendo, tuttavia sommesso, sommerso nei rumori, specchio sonoro del sentire di Uomo. Non c’è spazio per note eroiche o vittimiste. La Natura non è violenta: inconsapevole dei singoli destini degli individui, segue una logica tutta sua, ignara delle formiche che procedendo calpesta, cieca come le enormi navi di passaggio che sfiorano il canotto del naufrago senza accorgersene.

Economie che non badano al microbo perché troppo grandi, o lo vedono come intruso, ingombro fastidioso, miserabile relitto, indegno di interrompere o deviare il loro tempo prezioso. Irrilevante è pure il fatto che sia un loro container smarrito la causa del naufragio di questi insetti: inevitabili incidenti di percorso. Uomo rinuncia a sperare nei protocolli di soccorso, nelle Istituzioni come nella Provvidenza. Deve trovare dentro di sé, mentre precipita col suo canotto-paracadute bucato, ancora, fino all’ultimo respiro, la forza di (r)esistere.


  • Il film è disponibile su YouTube

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