Notti selvagge, di Cyril Collard (Les Nuits fauves Fr/1992)

di Laura Pozzi

Opera testamento di Cyril Collard (stroncato a soli 36 anni dall’AIDS) e film manifesto di una generazione (dis)illusa, Notti selvagge rappresenta ancora oggi una delle pellicole più innovative e sperimentali di inizio anni novanta, nonché una fra le più significative e originali nel trattare un tema delicato e scottante come “la peste nera” di fine millennio. Tratto dall’omonimo romanzo (scritto dal regista) Les nuits fauves e ambientato sul finire del decennio precedente quando il temibile quanto sconosciuto virus dell’HIV irrompe prepotentemente sulla scena mondiale, l’esordio di Collard a dispetto dell’argomento trattato continua a sprigionare un’energia e una “fame” di vita assolutamente prodigiose. Come più volte sottolineato dalla produttrice Nella Banfi (sulle prime abbastanza reticente su un possibile coinvolgimento nel progetto) non ci troviamo in presenza di un film sull’AIDS, quanto al cospetto di un individuo egocentrico e geniale costretto a convivere ed accettare la sua sieropositività. L’individuo in questione è lo stesso Collard, un uomo/artista che sfreccia veloce, che vive e osserva la vita dall’alto e sperimenta arditamente qualsiasi forma d’arte. Arte e vita, un binomio imprescindibile quasi inevitabile per un uomo che nonostante un destino segnato da una malattia che in quel particolare momento storico lascia poche speranze, non ci pensa due volte ad investire il poco tempo a disposizione nella realizzazione di un film scomodo e spiazzante.

Jean cineoperatore bisessuale con la passione per i reportage incontra durante un provino la ribelle e indomita Laura (la strepitosa esordiente Romane Bohringer). Nonostante la differenza d’età l’alchimia tra i due è prorompente e non tarda a sfociare in una relazione potenzialmente estrema. Jean  a differenza della giovane (non ancora maggiorenne) è uno spirito libero, esagitato, sempre alla ricerca di qualcosa. “Ho l’impressione di percorrere la vita come quei turisti americani con la frenesia d visitare più città possibili” oppure “Quelli del Sagittario vogliono sempre essere in un posto diverso”. Così si presenta all’inizio del film, durante un reportage in Marocco, dove una ieratica Maria Schneider gli ricorda la sua incapacità di amare e di aprirsi al mondo. Con la telecamera  in spalla filtra la realtà con lo sguardo di chi sa spingersi oltre, ma non sa vedere al di là del proprio obiettivo. La scoperta della malattia cronicizza la sua insofferenza, esaspera un individualismo di fondo che lo porta ad avere rapporti con la ragazza tenendola all’oscuro della sua condizione. La scoperta si rivela per il fragile equilibrio di Laura devastante, ma nonostante tutto la giovane continua ostinatamente a credere in quell’amore impossibile, (rifiuterà l’utilizzo del preservativo dopo aver appreso la verità) fatto di sottili umiliazioni e deragliamenti emotivi. L’incoscienza e l’ardore dei suoi pochi anni la spingono ad accettare lo strano triangolo con Samy (Carlos Lopez) a sorvolare sulle sregolatezze del suo amante posizionandola in un girone infernale che alimenterà nevrosi e insicurezze. Fino a quando dopo un ricovero in clinica finirà (forse) per darci un taglio lasciando l’uomo al suo destino. Ma probabilmente in lui qualcosa è cambiato e forse è arrivato il tempo di scegliere, di assecondare, di ricambiare e stringere finalmente la mano a quella fanciulla innamorata. E di essere nel mondo, per gridare e celebrare la vita davanti al miracolo di un tramonto.

Senza la presenza di Collard il film non risulterebbe così incisivo e dirompente, non solo per via dell’inevitabile suggestione suscitata dalla reale condizione, ma per la superba capacità di imprimere il proprio inconscio ad ogni singolo fotogramma. Jean sa di avere i giorni contati ed è proprio quest’urgenza che lo porta a mordere la vita, a correre veloce sulle strade, a buttarsi “nella mischia” nei quartieri malfamati della città. Le notti selvagge, il marcato narcisismo, l’implacabile egoismo che si nasconde a volte dietro le sue azioni scellerate non meritano giudizi. Sarebbe troppo facile, perché quello che traspare da quest’opera libera e disperata è la disarmante umanità e sincerità di chi conosce la percezione di un tempo che passa e non perdona. La scoperta di aver contratto un virus che colpisce laddove un’intera generazione aveva riversato i suoi ideali di libertà in nome di una ribellione svuotata delle sue componenti rivoluzionarie ha il sapore di una disfatta. In Francia al momento della sua uscita il film ha quasi l’effetto di un sortilegio. Il box office registra risultati inimmaginabili, il nome di Collard è sulla bocca di tutti  e il film diventa in brevissimo tempo lo specchio riflesso di una gioventù annichilita. Il successo dell’opera è da ricercarsi nel profondo acume e nella capacità del regista di cogliere la drammatica deriva esistenziale della sua generazione. Non solo l’AIDS (termine che verrà pronunciato pochissime volte e in modo insolitamente beffardo, come mostra l’aneddoto su Lendl) per la prima volta trattato e anestetizzato da una vitalità e un messaggio di speranza capaci di elevarsi al di sopra di una sentenza di morte annunciata, ma la consapevolezza di un voragine esistenziale difficile da colmare. Nel film troviamo un primo sentore (che sfocerà successivamente in vero e proprio “disordine sociale”) del malessere e disagio provato dai giovani emigrati di seconda generazione, costretti a vivere una condizione di totale estraneità sia nel paese d’origine che in quello d’adozione. Così come vengono messi sotto accusa valori inviolabili come quelli della famiglia, ben evidenziati dalla conroversa figura della madre di Laura, pronta a cacciarla di casa senza il suo contributo economico. Un’opera selvaggia e carismatica, che non ha paura di osare e mostrare uno struggente e romantico pudore intrinseco, capace ancora oggi di emozionare.

Cyrill Collard muore a Parigi il 5 marzo 1993, mentre la sua unica “creatura”verrà premiata tre giorni dopo con quattro meritatissimi premi César (miglior film, miglior film d’esordio, miglior montaggio e migliore promessa femminile a Romane Bohringer).

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