Lucy, di Luc Besson (2014)

di Andrea Lilli –

Lucy: una delle donne più importanti nella storia dell’umanità, figura affascinante, leggendaria, popolare in tutto il mondo, indagata in ogni dettaglio fisico e biografico da ormai mezzo secolo, per la precisione dal 24 novembre 1974, quando in una lontana località etiope incontrò per caso Donald Johanson del Museo di Storia naturale di Cleveland. Più sappiamo di lei, della sua personalità, delle sue abitudini, e più ne vorremmo sapere. Per non parlare del suo corpo straordinario.

Lucy, dagli etiopi chiamata Dinqinesh, che significa “sei meravigliosa”, è il primo nostro antenato di cui abbiamo traccia certa. Eppure ogni 8 marzo, tranne qualche eccezione nella comunità scientifica, viene regolarmente ignorata. Quest’anno, tra i pochi che nelle tante celebrazioni della giornata dedicata alle donne avranno reso il giusto omaggio alla piccola grande Lucy, vogliamo esserci anche noi. Siamo dunque andati alla ricerca di film in cui Lucy fosse protagonista, e ne abbiamo trovato qualcuno. Pochi, solo quattro, ma preziosi visto che la signora non ha mai dato il consenso ad essere ripresa, né si è mai data arie da diva. Due documentari divulgativi. Un corto fatto in casa. E questo action thriller del 2014, firmato Luc Besson, cineasta sempre attratto da donne forti, amazzoni invincibili, di default vendicative: fra le altre Giovanna d’Arco, Nikita, Aung San Suu Kyi, e l’ultima: Anna. Curiosi di come la particolare sensibilità del regista-sceneggiatore-produttore francese avrebbe interpretato Lucy, abbiamo avuto il piacere di rivederla nel suo ambiente naturale, accovacciata tra l’erba e l’acqua stagnante da bere con abili mani pelose; sullo sfondo, rocce e alberi su cui arrampicarsi velocemente. Bravo Monsieur Besson: schiva e riservata, Madame Lucy di solito non concede a nessuno di avvicinarsi. Qui invece la ammiriamo in ben due sequenze del film, all’inizio e verso la fine. In mezzo assistiamo a un lungo intervallo movimentato, un fumettone dominato dalle peripezie di un’altra Lucy (Besson dedica questo film al proprio nome, Luc, declinato due volte al femminile): tale Lucy Miller.

Lucy 2 (Scarlett Johansson: guarda caso, quasi il cognome dello scopritore della prima Lucy, Donald Johanson) è una studentessa americana in trasferta a Taipei, dove un partner sciagurato la sacrifica al boss (Choi Min-sik) di una banda di trafficanti coreani, costringendola a portargli una valigetta piena di droga. È un prodotto sintetico nuovo da lanciare sul mercato, così potente da restituire, se assunto in dosi massicce, quel presunto 90% di potenzialità cerebrale che di norma (secondo una teoria infondata scientificamente, riciclata da Scientology, e a cui purtroppo presta fede Besson) non sarebbe sfruttato dalla nostra specie. Lucy Miller si ritrova la droga incellofanata e cucita nell’addome, pronta per essere portata a destinazione. Stesso servizio previsto per altri tre corrieri, in partenza per le capitali europee. Ma prima succede che uno scagnozzo del boss picchi violentemente la ragazza, causando la rottura del sacchetto nella pancia e l’assorbimento del carico di droga nel corpo di Lucy. Con effetti mirabolanti e devastanti: Lucy (da qui in poi on the Sky with Diamonds) è diventata capace di volare, disarmare e uccidere chiunque, uscire dalla prigione e iniziare un conto alla rovescia verso l’onnipotenza e l’onniscienza, da una parte, verso una morte veloce dall’altra.

Un nome, un destino: fu la canzone dei Beatles ad ispirare il nome di battesimo di Lucy l’australopiteco. Che fosse davvero allusiva all’LSD, o semplicemente suggerita dal fantasioso ritratto di una compagna di scuola disegnato da Julian, il piccolo figlio di John Lennon, l’effetto qui è proprio quello: Lucy vola, circondata da preziosi cristalli blu. Ma anche da inseguitori armati fino ai denti: poliziotti e criminali, di cui si sbarazza facilmente con la telepatia, la telecinesi, un bacio al commissario (Amr Waked) ed altre facoltà divine. Impossibile però sfuggire al processo di autodistruzione indotto dall’overdose di droga metabolizzata. Cosa fare allora nelle poche ore rimaste da vivere? Un rozzo supereroe pensa sempre al bene dell’umanità, figuriamoci una splendida supereroina: fatta non per viver come bruta, Lucy decide di dedicare alla Conoscenza il suo ultimo tempo terreno, per trasmettere ai posteri i benefici del sapere assoluto. Contatta il professor Samuel Norman, massimo esperto mondiale di neuroscienze (Morgan Freeman), lo raggiunge dopo una lunga serie di sparatorie e gimcane per Parigi, anche un po’ noiose visto che già lo sapevamo che lei è al 100% imbattibile; si siede di fronte a lui e ad altri eminenti accademici, e compie un altro viaggio, stavolta nel pieno dei suoi poteri cerebrali attraverso l’intera storia dell’Uomo e dell’Universo, dal Big Bang a tutto il resto con visita di cortesia a Lucy 1. Riuscirà a condividere le visioni interstellari, le galoppate senza limiti nello spaziotempo? A trasmettere le annesse infinite informazioni? E come liofilizzerà quell’immenso minestrone impapocchiato in fretta e furia, come lo somministrerà, in extremis, allo sbalordito professore?

Di tutto questo frenetico, bislacco sogno pseudoscientifico e parafilosofico, talmente strampalato e inconsistente da far sorridere, rimane impresso il volto di Lucy 1 quando incontra Lucy 2, immortalato in un’espressione di somma sapienza, quella di chi sa di non sapere. Alla fine continua a bere con le mani l’acqua dello stagno, come faceva all’inizio. Sembra dirci che in fondo quel che conta non è sapere tutto, ma un sorso d’acqua quando muori di sete.


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