L’orologiaio di Saint-Paul, di Bertrand Tavernier (Francia/1974)

di Girolamo Di Noto

Chiunque abbia avuto la fortuna di incontrare Tavernier, regista francese da poco scomparso, ha avuto modo di attingere alla sua sapienza cinematografica e al suo amore incondizionato per il cinema. Tavernier non amava le etichette perché banalizzavano, finivano con l’annullare l’identità, l’aspetto multiforme di una persona, però se vogliamo identificarlo con una descrizione sintetica non possiamo non pensare a quella di “cineasta cinefilo”. Il cinema è stata la sua passione e l’ha vissuta da regista, critico, organizzatore di cineclub, storico ma soprattutto da spettatore appassionato, vorace di immagini, sempre attento alle emozioni e ai sussulti che i film gli hanno provocato.

Partigiano di un cinema classico pre-Nouvelle Vague, uomo di grande cultura, ha sempre fatto rivivere, trasmettere e amare quel che lui ha amato e ammirato: il cinema americano di Ford, Walsh, quello francese di Renoir, Carné, la Parigi della sua giovinezza, il jazz, a cui ha dedicato uno struggente atto d’amore nel film ‘Round Midnight. Amava sempre ricordare un proverbio cinese: “Quando ti disseti a un pozzo, non dimenticare colui che l’ha scavato”.

A 32 anni, quando si cimenta per la prima volta alla realizzazione di un film, Tavernier, assetato di cultura, gira a Lione, la sua città e città dei Lumière, L’orologiaio di Saint-Paul, tratto da un romanzo di Simenon. L’esordio è folgorante sotto tanti aspetti: il film offre uno sguardo lucido e tagliente sulla società di provincia, sul delicato e conflittuale rapporto padre-figlio, ribalta il luogo comune che vuole che sia il vecchio ad insegnare al giovane, ma soprattutto è uno di quei film tratti da Simenon, che ha il coraggio di non limitarsi a riportare le pagine scritte in immagini, ma di reinventarlo, arricchirlo, restituirlo a nuova vita.

Simenon, come ben sappiamo, non amava vedere film tratti dai suoi romanzi perché non credeva possibile che un regista, un attore, per quanto bravi, potessero restituire quelle immagini che esistevano solo per lo scrittore. “Quale sarebbe la vostra reazione davanti a uno dei vostri figli che vi apparisse improvvisamente trasformato dalla magia della chirurgia estetica?” Paradossalmente il film di Tavernier può essere considerato un ottimo esempio di “adattamento” proprio perché, sotto certi aspetti, il romanzo viene tradito, ma ad ogni modo, sotto altre vesti, Tavernier riesce comunque a rendere l’atmosfera plumbea e soffocante.

Pur spostando l’azione dagli Stati Uniti degli anni Cinquanta alla Francia dei primi anni Settanta, il regista non snatura l’essenza, il senso del romanzo. Elimina il personaggio della moglie dell’orologiaio, aggiunge elementi sulla Francia dell’epoca e sulla città di Lione, ma l’anima del romanzo resta intatta. A Lione, in una piccola via dell’antico quartiere di Saint-Paul, l’orologiaio Michel Descombes (Philippe Noiret) vive in una condizione esistenziale ancora legata a ritmi lenti e regolari della vecchia città: l’apertura del negozio, la familiarità con i vicini, le lunghe ore al banco per riparare orologi, la cena alla trattoria Chauvin. Ogni giorno gli stessi gesti nello stesso ordine. Michel è divorziato e deve provvedere al figlio Bernard, un ragazzo introverso e sbandato, sentimentalmente legato a Liliane, un’operaia che lavora in una fabbrica di zona. Michel, così preso dalla sua routine, non si accorge che il figlio si sta allontanando da lui, da questa vita regolata dalla banalità quotidiana.

Il dramma, infine, esplode. Quando il custode della fabbrica, un certo Razon, incline ai ricatti sessuali con le operaie, viene ucciso, i sospetti del commissario Guibout (Jean Rochefort) si appuntano su Bernard, il quale non a caso si è dato alla fuga in compagnia di Liliana. L’arresto del figlio strappa violentemente Michel dal suo tranquillo tran tran e lo costringe a riflettere, a ricostruire la storia del suo rapporto mancato con il figlio e a confrontarsi con un mondo su cui aveva chiuso gli occhi.

Premiato con l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1974, il film segue con precisione e rigore l’evoluzione del rapporto padre-figlio: distanti e incompresi per gran parte della vita, impareranno a conoscersi solo a seguito di questo tragico fatto. Inizialmente Michel è stupefatto, sorpreso, scosso soprattutto perché vede di colpo sconvolta quella misura esistenziale che si è costruito con pazienza- la stessa che impiega nell’aggiustare orologi- nel corso di tutta una vita. Pian piano però comincia a trovare il coraggio di interrogarsi sui motivi della ‘rivolta’ del figlio e viene assalito dai sensi di colpa: comincia a maturare in lui la consapevolezza di aver trascurato il figlio, comincia a ricostruire la storia del suo rapporto mancato con Bernard, il quale, ad esempio, preferiva confidarsi con la nutrice Madeleine piuttosto che con lui.

Molto efficace, da questo punto di vista, la sequenza che vede il padre entrare nella stanza del figlio e si corica sul suo letto: una scena di trascinante drammaticità, lo sguardo del padre smarrito nel vuoto che ci lascia percepire un mondo interiore in subbuglio, la presa di coscienza di un errore, resa ancora più evidente dell’interpretazione magnifica di Philippe Noiret, che diventerà attore feticcio del regista, una sorta di alter ego del cineasta.

È soggetto ad evoluzione anche il rapporto tra Michel e il commissario Guibout.  L’onest’uomo, sentendosi improvvisamente in colpa nei confronti del figlio incompreso, comincia a collaborare con il commissario. Tra i due nasce una complicità insolita, un rapporto che sfiora l’amicizia, una reciproca comprensione per non aver capito i rispettivi figli. Quando sul treno il commissario esclama: “Cosa avremmo mai fatto a questi ragazzi?” offre solidarietà al padre, vicinanza. In realtà il commissario ha altri propositi e con il passare del tempo Michel inizia a ricredersi e, alla luce di un nuovo approccio che ha con il figlio, comincia a non collaborare più, finendo con l’essere solidale con Bernard perché in un certo senso ha reso un servizio alla società uccidendo “quella carogna” di Razon.

L’interpretazione straordinaria di Noiret trova il suo apice in una delle scene più belle del film: quando, all’aeroporto, Michel ritrova il figlio, ammanettato. Tutto si svolge come in un film muto: tutto viene suggerito dagli sguardi, dai volti, dall’espressione. L’eleganza di Tavernier è racchiusa tutta qui: basta una piccola scena come questa per descrivere l’intelligenza e la sensibilità di questo regista. Per essere un film d’esordio, Tavernier dà prova sin da subito di una sorprendente sicurezza nella messa in scena. Procede a tradurre Simenon riuscendo a coniugare il temperamento artistico e quello scientifico e la sua opera, da questo film in poi, non avrà che molti punti in comune con il lavoro dell’orologiaio: un esempio di cinema preciso, attento ai dettagli e al senso del ritmo e anche capace di produrre mirabili invenzioni visive, nutrite di idee e sentimenti che ci toccano nel profondo.

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