Harold e Maude, di Hal Ashby (USA 1971)

di Andrea Lilli –

Harold e Maude è la più grande storia d’amore dei nostri tempi. Dice che l’amore non ha niente a che fare con i soldi, il ceto sociale, o l’età… Ma solo con due persone che si prendono, che hanno qualcosa in comune, tipo anime gemelle.

Mary

Così disse Cameron Diaz in Tutti pazzi per Mary (1998), un film carino, divertente, ma soprattutto di grande successo commerciale: grazie a quella rapida recensione di Harold e Maude, a tutt’oggi la più breve ed efficace, e la più esagerata nel classificare storie d’amore, un’intera generazione scoprì che per la precedente l’acronimo H&M non era solo il marchio di una multinazionale dell’abbigliamento, ma pure la sigla dell’incontro fra un giovane decadente e una vecchia impetuosa, tra un regista radicalmente anticonformista, Hal Ashby, e un cantautore formidabile sebbene poi ricondotto nell’ortodossia, Cat Stevens. Scoprì che, se un altro mondo è impossibile, altri modi di stare in questo sono possibilissimi, anzi: indispensabili, se si vuole godere la vita.

Quando finiranno questi tempi cupi, quando potremo uscire senza maschere e torneremo a chiuderci in casa per scelta e non per necessità, non avremo più bisogno di annodare lenzuola di cinema per evadere da noi stessi, di aggrapparci a film-salvagente per non annegare nell’oceano osceno del web. Ma finché durerà l’attuale medioevo continueremo a suggerire vie di fuga, e a calare scialuppe di salvataggio come questa.

Harold Chasen (Bud Cort), la madre (Vivian Pickles)

Harold

ha diciott’anni, la fisionomia allampanata di un Nick Cave adolescente, è figlio unico di non si sa quale padre, ha una madre anaffettiva incapace di comunicare davvero con lui. I due vivono in una villa superlussuosa, e non si sopportano. Harold non ha molti interessi, soprattutto non prova alcuna attrazione verso lo stile di vita che la madre gli impone, ignora o disprezza le persone che gli propone: parenti noiosi, lo psicanalista, il prete, il generale invalido, le aspiranti fidanzate convocate dalla madre attraverso un’agenzia matrimoniale. La noia porta il pallido e magro Harold ad appassionarsi alla morte e ai suoi accessori: ama andare ai cimiteri, partecipare ai funerali, guidare carri funebri, assistere a demolizioni, allestire con accuratezza suicidi spettacolari. Espulso dalla scuola dopo una tremenda esplosione provocata involontariamente nel laboratorio di chimica, passa le giornate in ambienti mortiferi o in attività necrofile. Inscenando il proprio suicidio in modi sempre più realistici, riesce ad allontanare fastidiose pretendenti e ad ottenere un minimo di attenzione da parte della madre, che però poi resta sempre indifferente. In un certo senso, Harold ancora non ha cominciato a vivere. Durante un funerale, lui e Maude si incontrano.

Marjorie “Maude” Chardin (Ruth Gordon)

Maude

ha settantanove anni, è una contessa disinibita piena di allegria e con un passato doloroso, tragico. Vive sola e in dignitosa povertà, ma compensa gli scarsi mezzi economici con una grande fantasia inventiva, una generosità rivolta ad ogni essere vivente, una disinvoltura prodigiosa nel rubare automobili, moto, che poi guida in modo spericolato. Avendo visto la morte vera ama la vita, la creatività, l’arte. Le piace cantare, urlare, ballare, ridere, veder germogliare piantine, salvare alberi malati, creare oggetti sensuali: quadri pieni di colore, sculture da toccare voluttuosamente, macchine che producono odori e profumi. Attaccata talmente alla vita, programma la propria morte in modo da non doverla temere troppo a lungo. Ruth Gordon interpreta perfettamente il ruolo dell’arzilla vecchietta estroversa e biofila, personaggio comunque non troppo distante dalla diabolica Minnie Castevet di Rosemary’s Baby (Polanski, 1968).

I due opposti fatalmente si attraggono, condividono esperienze e avventure, si scambiano doni e confidenze, la loro amicizia diventa amore. Harold annuncia ufficialmente la ferma intenzione di sposare Maude, con grande scandalo dei benpensanti.

Al suo secondo lungometraggio e nella piena fioritura della stagione chiamata New Hollywood, Ashby ci prende gusto, a dire tutto quello che pensa sull’american way of life. Lo dice con poesia e ironia lievi, pur affrontando temi forti, scomodi: la vecchiaia, la morte, l’amore non convenzionale, la psicanalisi, la religione, la guerra, l’eutanasia. Una qualità di stile che confermerà in Oltre il giardino (1979), capolavoro collegato a filo doppio con Harold e Maude. In entrambi Ashby dimostra come la ricchezza possa complicare l’esistenza, invece di semplificarla, e che “la vita è uno stato mentale”: ognuno sceglie o subisce il proprio, e perciò l’importante è viverla senza preoccuparsi troppo di quel che “dicono gli altri”. Nei titoli di coda, per esporre il proprio pensiero rispetto alla libertà di amare, citerà il principio di non discriminazione sancito nel Civil Rights Act statunitense (1964).

Say: get together, regardless of your age, race, creed, color or national origin… Thank you.

La colonna sonora, affidata quasi completamente alle ballate di Cat Stevens, è un elemento strutturale fondamentale per questo film ormai d’altri tempi. La scena iniziale, con Harold che mette un disco sul piatto facendoci ascoltare Don’t Be Shy, è un gran bel gesto di gratitudine del regista per la collaborazione del cantautore.



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