La mia droga si chiama Julie, di François Truffaut (La Sirène du Mississippi Fr/1969)

di Laura Pozzi

A disseminare un primo indizio ci pensa Antoine Doinel in Baci rubati. In bilico fra dubbi amorosi e precarietà esistenziale, avvolto da una calda e rassicurante coperta nella solitudine di una fredda portineria lo svagato Jean Pierre Léaud si diletta nella lettura di un romanzo: La Sirène du Mississippi, (dall’originale Waltz into Darkness) anticipando non troppo ingenuamente l’ottava pellicola del suo mentore François Truffaut. La mia droga si chiama Julie, ennesima traduzione fantasiosa nella filmografia del regista francese, prende spunto dal romanzo di William Irish (alias Cornell Woolrich) e consente a Truffaut di cimentarsi ancora una volta dopo La sposa in nero con un genere a lui molto caro, il noir, mettendo al centro della storia una femme fatale (la splendida e disarmante Catherine Deneuve) dal cuore orgogliosamente hitchcockiano. Il film dedicato a Jean Renoir omaggia esplicitamente il maestro sia nell’incipit, con immagini riprese direttamente da La marsigliese, sia nell’epilogo attraverso le suggestioni di un’ipotetica grande illusione concessa ai due amanti maledetti.

La storia prende avvio tra influenze esotiche e martellanti inserzioni amorose. Gli annunci  recitati da più voci  fuori campo creano fin da subito un senso di inquietudine misto a curiosità. Le voci si sovrappongono, si mescolano, si confondono fino a creare un disorientamento acustico privo di senso. Louis Mahé (Jean-Paul Belmondo), facoltoso proprietario di una fabbrica di sigarette è uno di loro e crede di aver trovato in Julie Roussel la sua anima gemella. Dopo una fitta corrispondenza la donna attesa sull’isola della Réunion a bordo del Mississippi, scompare nel nulla. Al suo posto l’incredulo e deluso Louis si trova davanti una sconosciuta misteriosa e bellissima che dice di essere Julie. In realtà la donna non corrisponde alla foto in suo possesso, ma l’uomo accetta di buon grado e con una punta di velato masochismo di assecondare un gioco fin troppo esplicito nelle sue sottili incongruenze. Julie ammette candidamente di aver mentito per timidezza e di aver inviato la foto di una vicina. Un primo incontro basato sull’inganno e su quella “adorabile bugia”, così amorevolmente apostrofata da Louis, che lo intrappola in un rapporto e in un matrimonio che non tarda a svelare le torbide inquietudini e il diabolico piano di una donna/lolita irresistibile e bugiarda. Julie, in realtà Marion è una ragazza selvaggia in cerca di fortuna, un’orfana cresciuta in riformatorio, una piccola ladra assetata di denaro, una scaltra e meno fantasiosa Antoine Doinel al femminile che sembra aver studiato alla perfezione il cinema di Alfred Hitchcock, rendendolo perfettamente conforme alla sua anima camaleontica.

Un po’ Kim Novak in Vertigo, un po’ Tippi Hedren ne Gli uccelli, un po’ Marnie, un po’ Notorius ed ecco che Marion (un nome che non lascia scampo) la dark lady creata da Truffaut sperimenta direttamente sulla sua pelle le magnifiche ossessioni cinematografiche del suo autore. La complicità e adorazione verso Catherine Deneuve, con la quale in quel periodo intreccia una relazione, è totale, la macchina da presa sfiora il suo volto diafano, cattura i suoi sguardi, lambisce e denuda il suo corpo senza emettere nessuna sentenza. Un’assoluzione quasi inevitabile per una creatura così adorabile, capace di stregare uno degli attori più in voga del momento e uno dei registi più geniali della settima arte. Truffaut riversa su di lei ossessioni, ma anche laconiche mancanze. Per la prima volta fa a meno dei bambini, operando un amorevole tradimento verso se stesso e verso il romanzo per focalizzarsi con maggior accortezza e lucidità sulle forzature e storture di un amour fou, molto vicino a un certo Pierrot godardiano (di certo la scelta di Jean-Paul Belmondo è tutto fuorchè causale). Rispetto al romanzo di  Irish “il giovane turco” apporta delle sostanziali e inevitabile modifiche temporali e drammaturgiche fino a trasformare una storia di crimine e sangue in una macabra fiaba avvolta da un celestiale manto nevoso.

Non siamo più nel 1880, l’azione si sposta ai nostri giorni da New Orleans all’isola della Réunion e il finale tragico e irreversibile dello scrittore viene trasfigurato nella dimensione irreale e sospesa di un nulla in divenire.  Due cuori e una capanna, Biancaneve e i sette nani, una pozione di veleno, un paesaggio magico e remoto ed ecco che un film spesso criticato per il sovraffolamento di rimandi e citazioni diviene un’opera fra le più personali e meno comprese della sua filmografia. Nell’omaggiare esplicitamente i suoi maestri e nel lasciar danzare armoniosamente la sua anima squisitamente cinefila, Truffaut compie dei “furti” clamorosi al pari della sua protagonista. Ma sono amabili estorsioni mai fine a se stesse, piuttosto ami lanciati nell’acqua al fine di cristallizzare lo sguardo in un eterno piacere per gli occhi. Nessuna supponenza, nessuna ostentazione, solo amore incondizionato per il cinema e per le sue terapeudiche magie. Un po’ come il suo smarrito protagonista Truffaut si incammina su un terreno impervio dove molti lo aspettano al varco. Louis si rende conto del pericolo rappresentato da quella donna, ma nonostante la lucida consapevolezza di una fine quasi imminente non arretra, va fino in fondo, gioca il tutto per tutto. E quella donna fragile e perversa, maliarda e mistificatrice, cambia ancora una volta pelle tramutandosi in un’eroina russa a un passo dalla resa e da un finale tra i più belli della storia del cinema. 

Marion: “Nessuna donna merita di essere amata così. Louis sto male. Mi fa male. E’ questo l’amore? L’amore fa forse male?”

Louis: “Si fa male.”

Struggente e catartico come Tolstoj, incantato e sublime come la neve.

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