Il mucchio selvaggio, di Sam Peckinpah (1969)

di Bruno Ciccaglione

Accolto alla sua uscita dalla più aperta ostilità dalla critica, che ne metteva in questione la sua stessa esistenza (“Perché avete fatto questo film?” domandavano scioccati i giornalisti alla prima proiezione pubblica), Il Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah rompe in modo irreparabile la retorica dei western classici. Con la consapevolezza di chi ormai ha di fronte il pantano del Vietnam, Peckinpah si riaggancia allo sguardo feroce del Ford di Sentieri selvaggi, per approdare a una sorta di caos universale in cui tutte le nobili illusioni dell’America si sono ormai irrimediabilmente imputridite.

Sam Peckinpah sul set de Il mucchio selvaggio

Il film si apre e si chiude, infatti, con due grandi scene collettive, due massacri che sono letteralmente un bagno di sangue e che daranno a Peckinpah il poco piacevole soprannome di “bloody Sam”. Fu soprattutto la violenza a colpire e scioccare i critici e il pubblico, tanto che più di qualcuno considera Packinpah l’inventore del pulp. E la violenza indubbiamente gioca un ruolo importante. Analogamente a quanto aveva fatto Sergio Leone nei suoi primi western qualche anno prima, Peckinpah vuole mostrare quanto violento sia l’impatto di una pallottola. Non si muore più in campo lungo come nei western classici, ma anzi il sangue schizza dappertutto (tanto che gran parte del lavoro sul set consisteva nello smacchiare ripetutamente gli abiti di scena delle centinaia di comparse e che per ogni protagonista furono preparate ben 5 copie degli stessi costumi).

Ma a differenza di Leone, Peckinpah ottiene questo senso di cruda verità attraverso una specie di ritualizzazione e con tutti gli artifici di uno stile unico, che influenzerà moltissimo le generazioni successive: il Kubrick di Full Metal Jacket usa i rallenty nella battaglia urbana riferendosi esteticamente proprio a Peckinpah. Il montaggio de Il Mucchio selvaggio resta celeberrimo per il numero impressionante di inquadrature che compongono il film, che qualcuno ha contato in 3643, anche se dopo la pubblicazione nel 1995 della versione originariamente montata da Peckinpah, siamo probabilmente ancora oltre quel numero.

La storia del film racconta di una gang di banditi senza scrupoli né ideali, guidata da un capo che sta invecchiando, Pike Bishop (William Holden), che devono vedersela con un gruppo di cacciatori di taglie maldestri e altrettanto privi di scrupoli, ingaggiati dalla compagnia della ferrovia per farli fuori e guidati controvoglia da Deke Thornton (Robert Ryan), ex membro della banda di Bishop e suo alter ego. Costretto dal ricatto della galera a dare la caccia ai suoi amici, Thornthon è la messa in scena di un malinconico sguardo verso il passato: preferirebbe di gran lunga essere coi suoi vecchi compagni a fare scorribande, invece che fare lo “sbirro”. Ma questa malinconia non mitizza affatto quel passato. È solo che in un contesto in cui tutti sembrano agire solo per il denaro o per il potere – tutti tranne, si noti bene, i ribelli rivoluzionari messicani – tanto vale stare almeno con quei pochi amici che si sono incontrati nella vita. In un certo senso, come scrive Valerio Caprara nel suo Castoro, è così che Peckinpah riesce a “frantumare la leggenda per cogliere la realtà, cancellare la figura dell’eroe per rintracciare l’uomo”. Non si potrebbe essere più distanti dal John Ford di L’uomo che uccise Liberty Valance, eppure è solo così che Peckinpah rende possibile un rilancio del cinema del West.

C’è al solito un certo cinico disincanto nel cinema di Peckinpah. Basti pensare che la prima grande scena, quella del del massacro all’inizio del film, è racchiusa tra un prologo e un epilogo in cui assistiamo ai giochi crudeli di un gruppo di bambini. Nel prologo li vediamo ammirare compiaciuti e divertiti due scorpioni che vengono divorati da una marea di formiche rosse, un gioco evidentemente da loro stessi accuratamente preparato. Se non bastasse questa faccia crudele perfino dei bambini, a chiudere la scena del massacro torniamo a vedere l’epilogo di questo gioco infantile, in cui i ragazzi coprono di erbe secche il mare di formiche intente a spolpare gli scorpioni e sempre ridendo danno fuoco a tutto.

Eppure, tra le violenze e gli schizzi di sangue, tra le spettacolari scene di azione e gli inseguimenti, il film è soprattutto pervaso da una grande malinconia. Non solo quella di Thornton per il non poter essere coi suoi ex amici, ma anche una malinconia che deriva dalla consapevolezza della fine di una epoca e della imminente fine propria: “Bisogna ragionare col cervello, le pistole non bastano più”, dice Bishop/Holden. È già l’epoca della ferrovia e delle prime automobili, ma se per Walt Whitman la ferrovia era il simbolo del mito civilizzatrice del progresso, qui i simboli del progresso sono nelle mani di loschi funzionari o, come nel caso dell’automobile, di criminali in uniforme che perseguono con ferocia unica il proprio interesse.

Se è vero che i banditi del mucchio, guidati dai personaggi interpretati da William Holden e Ernest Borgnine (Bishop e Engstrom) sono ben lungi dall’essere degli eroi e anzi sono pronti a tutto per fare l’ultimo colpo prima di “ritirarsi”, compreso uccidere senza pietà, non bisogna dimenticare che si tratta di uomini che non pretendono di affermare alcun valore o autorità da imporre a nessuno. Quando Bishop/Holden e Engstrom/Borgnine discutono se il “Generalissimo” messicano sia un criminale come tanti altri, il personaggio di Borgnine orgogliosamente tiene a precisare: “Non c’è neanche da fare il paragone, Pike Bishop, noi non siamo come lui: non impicchiamo nessuno! Io spero che un giorno questa povera gente a forza di calci spinga lui e la feccia che ha intorno fin dentro la fossa!”.

La malinconia ci avvolge durante le bellissime scene in cui il mucchio si concede una pausa prima di recarsi ad Agua Verde, ospite della comunità locali dei ribelli messicani che stanno facendo la prima rivoluzione del ‘900. Sentiamo in tutto il film l’amore di Peckinpah per il Messico e forse i soli innocenti del film sono proprio i poveri contadini coinvolti loro malgrado in una carneficina continua. La malinconia cattura l’animo di Bishop/Holden nella scena del bordello, che precede il gran finale pirotecnico e la sfida mortale che Bishop e i suoi scelgono di affrontare. Forse la loro vita avrebbe potuto essere diversa? Forse non c’è mai stato niente di più bello di quelle ore con quelle sensuali prostitute messicane? Certamente Ergstrom/Borgnine, l’unico del mucchio a non essere entrato nel bordello, in questo film sembra incarnare anche il ruolo della coscienza del gruppo. Sarà lui, nel gran finale che precede la sfida mortale che affrontano, a ridere di gusto prima di iniziare l’ultimo combattimento.

Il film si conclude con una delle scene più famose della storia del cinema, quella del massacro finale, una scena capace di rivelare molti degli aspetti del genio di Peckinpah. Saranno necessari dodici giorni di riprese per una scena che in sceneggiatura era raccontata in poche righe, con una messa in scena che combina assieme l’improvvisazione (tutta la camminata dei quattro antieroi del mucchio che rientrano armati nel quartier generale dell’esercito messicano per liberare il loro amico Angel fu una invenzione del momento di Peckinpah che improvvisamente disse: “I wonna do a walk thing!” – voglio fare una camminata) e la maniacale preparazione di ogni singolo colpo sparato, di ogni caduta di ciascun cascatore, di ogni azione che le diverse macchine da presa in funzione.

Mentre i cacciatori di taglie raccolgono i corpi da portare all’incasso, Thornton si è finalmente liberato dal ricatto che l’ha costretto a dare la caccia ai suoi unici amici. In Messico, forse, è ancora possibile riunirsi al vecchio Sykes, unico sopravvissuto della vecchia gang ed ai suoi ragazzi: “Non sarà più come una volta, ma è qualcosa”.

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