Fantasma d’amore, di Dino Risi (1981)

di Laura Pozzi

Viveva per amore Romy, ma aveva paura dell’amore, paura di non essere amata. Forse Alain Delon fu l’unico che l’amò veramente. Ma lei cominciò a non piacersi quando lo specchio prese a mostrarle i segni del tempo, il sorriso che non era più quello della principessa Sissy. […] Morì di solitudine, la solitudine delle star, che arriva rapida e totale, spietata come una sentenza.” Dino Risi

Una donna sola, inquieta, tormentata. E bellissima. Indimenticabile principessa e interprete prediletta per autori quali Claude Sautet, Luchino Visconti, Orson Welles, Bertrand Tavernier, Romy Schneider muore il 29 maggio del 1982 a soli 44 anni per cause ancora da accertare (ufficialmente si parla di arresto cardiaco provocato da un overdose di barbiturici). A trentanove anni dalla scomparsa, la visione (premonitrice) di un film come Fantasma d’amore appare inevitabile e per certi versi doverosa. La pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Mino Milani, sceneggiata da Risi e Bernardino Zapponi, rappresenta insieme ad Anima persa (girato quattro anni prima) e La stanza del vescovo un’inaspettata seconda giovinezza del maestro, che accantonati i felici, ma sorpassati fasti della commedia cinica e sferzante tenta nuove strade, intraprende nuovi percorsi, spingendo l’acceleratore verso generi poco battuti e frequentati dalla cinematografia nostrana. Per farlo e rendere più credibile una svolta apparentemente inconciliabile con il suo passato, Risi si affida ad una matrice letteraria in grado di garantirgli una tenuta stilistica e narrativa capace di supportare audaci incursioni cinematografiche in territori tutt’altro che agevoli.

Un film d’atmosfera, una ghost story tinta di giallo, liquida e melmosa, ambientata fra gli scorci caliginosi e rarefatti di una provincia lombarda brumosa e decadente. Una metafora sull’aldilà livida e sfuggente, tetra, nebbiosa, ma incredibilmente affascinante e in perfetta simbiosi con il mondo terreno. Le struggenti note di Riz Ortolani e il clarinetto delle meraviglie suonato dal re dello swing Benny Goodman, come mostra il suggestivo incipit creano il collante perfetto tra i due mondi, quello subacqueo, misterioso e sconosciuto e quello in superficie, nebuloso e indecifrabile. Siamo a Pavia (ma ci spingeremo fino a Sondrio) Nino Monti (Marcello Mastroianni, splendido), un ordinario e sentimentalmente frustrato commercialista di mezz’età decide in un giorno qualunque di lasciare la sua auto a poltrire in garage e recarsi al lavoro in autobus. Uno sliding doors apparentemente innocuo, giocato saltuariamente e originariamente privo di conseguenze. Almeno fino a quando a bordo del mezzo irrompe una donna trasandata e malaticcia che chiede disperatamente di salire. Nino colpito dal feroce declino che l’attanaglia si offre di pagarle il biglietto, con la promessa da parte di quest’ultima di restituirgli il prestito. Una volta giunto a casa l’uomo assuefatto ad una routine familiare grigia e monocorde, scaltramente padroneggiata dalla logorroica Teresa riceve una misteriosa telefonata da parte di quella strana e mortifera creatura che gli rivela la sua identità: si tratta di Anna Brugatti il suo amore di gioventù. Turbato, ma elettrizzato dall’inaspettata rivelazione, la sua mente comincia a vagare sui binari di un tempo perduto, in cui la giovane e indimenticata amante abbaglia con la sua luminosa e perturbante bellezza armoniosi e nostalgici flashback. Durante un secondo e fuggevole incontro avvenuto nei pressi della vecchia abitazione della donna, viene rinvenuto il cadavere di un’ambigua portinaia esperta in aborti clandestini. Trovata in un lago di sangue e con la gola tagliata, i sospetti ricadono sul nipote, una vecchia conoscenza di Anna.

Nel frattempo durante la periodica “cena dei superstiti” una rimpatriata tra vecchi compagni di liceo, Nino viene a conoscenza tramite il suo amico Arnaldi di una drammatica verità: la donna incontrata non può essere Anna perché morta di cancro tre anni prima. Sposata con il conte Zighi e residente a Sondrio, fu proprio Arnaldi a diagnosticarle la malattia. Nonostante l’evidenza Nino non si arrende, rintraccia l’amante nella sua fastosa e decadente dimora, scoprendola ancora una volta più bella e amorevole che mai. Ma il turbinio di sinistre coincidenze sembra non avere fine: Arnaldi muore improvvisamente d’infarto prima di inaspettate rivelazioni, mentre Anna muore davanti agli occhi esterrefatti di Nino, durante una fuga d’amore in barca. L’uomo sempre più attonito e disorientato troverà una “finta” pace quando la “vecchia” Anna apparirà ancora e per l’ultima volta  a bordo di quell’autobus. Il suo spettrale ritorno tra i vivi, dettato da un rancore mai sopito per la portinaia e suo nipote si trasfigura in quell’amore tenacemente evocato, ma nello stesso tempo rimosso da Nino che nella follia di un idillio senza tempo non può che continuare a riviverlo. Ciò che maggiormente affascina, ma in qualche modo atterisce di questa storia d’amore e morte è il suo carattere strettamente profetico. L’inafferrabile carisma, il fascino regale e tormentato, l’incantevole sorriso, lo sguardo languido e cristallino, tutto nel film ci parla di Romy del suo passato, del suo presente, ma soprattutto del suo futuro.

Un futuro atroce funestato da eventi tragici, da quella assurda morte toccata all’ amato figlio David a soli 14 anni. Romy non reggerà il colpo e morirà nemmeno un anno dopo. Risi ci dona (ahinoi per la terz’ultima volta) la sua versione migliore, ma anche la peggiore e lei da meravigliosa interprete non fa una piega, a costo di apparire angosciosa e sgradevole perché come ammonisce Anna“le donne non distruggono niente, coltivano, conservano” Una Schneider gotica e irripetibile che non avrebbe sfigurato nel folle e surreale universo di Mario Bava. Ma anche una’accurata e profonda riflessione sul tempo e sulle sue indecifrabili varianti. Nel rivivere il suo amore mancato Anna (ri)appare matura, consapevole, ma anche disillusa tanto da considerarsi già morta. “Il tempo esiste. Quello che ci fa invecchiare e ci consuma”, esclama con un velo di tristezza l’altra Anna, quella spettrale e apparentemente già trapassata. Nell’esplorare le dolorose contraddizioni di una principessa senza fiaba, Risi seppur inconsapevolmente realizza una sorta di macabro biopic sulla sfortunata attrice austriaca. Una dolorosa radiografia dei suoi drammi, dei suoi tormenti e dei suoi (appena) 44 anni di solitudine.

Il film è disponibile su Raiplay   

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