“Ah, anche musicista!”, piccolo ricordo di Luciano Salce

di Bruno Ciccaglione

Basta vedere la clip del documentario L’uomo dalla bocca storta e poi il finale dello stesso film, con le immagini che accompagnano i titoli di coda, per capire la grandezza ancora tutta da scoprire di Luciano Salce. Emblematicamente i due autori del film, il figlio di Salce Emanuele e Andrea Pergolari, che ripercorrono la vita e la carriera di questo artista mai celebrato quanto meritava, scelgono di chiudere il racconto mostrando forse il suo lato meno ricordato, quello del Salce musicista.

La carriera di Salce si è sempre caratterizzata per la capacità di giocare in tanti ruoli diversi (attore, regista, scrittore) e in tanti mondi diversi (il teatro, il cinema, il cabaret, la televisione): sapeva fare tutto e bene. Ma i due brani musicali eseguiti da Salce, riportati nel documentario a lui dedicato ed entrambi estratti dal programma televisivo Studio uno, sono per molti aspetti rivelatori.

Nel primo Salce si accompagna con la chitarra mentre canta una bossa-nova brasiliana. Stupisce innanzitutto la padronanza assoluta dell’articolato intreccio ritmico tra voce e chitarra (anche Lelio Luttazzi, che lo accompagna con delle semplici pulsazioni ritmiche, se la cava egregiamente). Salce è insolitamente serio e concentrato, intenso e malinconico come il brano richiede, forse più vero di quanto lo si sia mai visto o lo si vedrà mai in seguito in pubblico.

La clip del documentario L’uomo dalla bocca storta, che si apre con una bossa nova cantata da Salce

Il Brasile era d’altra parte stata la terra di adozione in cui ripartire, dopo il dramma della dura prigionia in Germania durante la guerra (la “bocca storta” di Salce fu la conseguenza della brutale estrazione delle protesi d’oro che Salce aveva nella mascella – per un grave incidente giovanile – da parte dei tedeschi). Convinto dall’amico Adolfo Celi ad andare anche lui in Brasile, aveva iniziato la sua carriera da regista, prima teatrale e poi cinematografico con i primi film. Quando poi tornò in Italia, aveva acquisito già quella prospettiva aperta e internazionale che lo renderà forse il meno italiano dei registi del nostro cinema. Il brano è avvolgente e Salce si dimostra non solo l’intrattenitore che tutti poi apprezzeranno, ma anche un ottimo musicista.

Anche il secondo brano “O vagabundo”, che chiude il film documentario è un brano brasiliano ed è uno strabiliante duetto di Salce, chitarra e voce, nientemeno che con Mina! Come dice Salce presentandolo, il brano è un “vecchio sambaccio di rua”, di strada. Qui l’atmosfera è molto meno raccolta e anzi, volutamente comica, divertita e leggera. I due si divertono un mondo! Anche qui a sorprendere è l’assoluta padronanza tecnica ed espressiva di Salce, che domina la scena, perfino nel confronto con Mina. La musica popolare brasiliana è un caso unico: se la complessità ritmica è un tratto specifico di molte musiche popolari, quella brasiliana vi aggiunge anche una ricchezza armonica assolutamente rara nella musica popolare. Salce ne ha perfettamente imparato le sottigliezze, tanto da riuscire a trarne il lato comico, contrappuntando con dei vocalizzi esilaranti il cantato di Mina, ma sempre, come in tutta la sua carriera di attore e di regista, a partire da una solidità formale impeccabile.

Anche aver mostrato questo lato, tra le mille cose belle che L’uomo dalla bocca storta ci ricorda, è un motivo per riscoprire uno dei più misconosciuti geni del mondo dello spettacolo italiano del secondo dopoguerra, oltre che il regista cinematografico di capolavori come Il Federale, La voglia matta e Fantozzi.

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