Moby Dick, la balena bianca, di John Huston (1956)

di Bruno Ciccaglione

“Se Iddio avesse voluto essere pesce, sarebbe stato balena!”

Quando John Huston si dedicò finalmente alla realizzazione di un film tratto dal suo libro preferito, l’imponente capolavoro di Melville, scelse per aiutarlo nella scrittura della sceneggiatura Ray Bradbury, giovane scrittore suo ammiratore, di cui Huston aveva apprezzato i libri (Cronache marziane e Fahrenheit 451). Ma Bradbury non aveva mai letto Moby Dick, al che Huston gli disse: “Vai a casa stasera e leggine più che puoi! Poi torna da me domani, ma solo se puoi aiutarmi a uccidere la balena bianca!”

Huston aveva letto e riletto il romanzo di Melville e sapeva recitarne lunghi passi a memoria; per lui era l’identificazione con il capitano Achab e la sua sfida alle forze della natura – ed in ultima analisi a Dio – la chiave di lettura di Moby Dick. Il libro è per Huston una specie di “Bibbia della Rivolta” e il film che ne risulta rappresenta “la più importante dichiarazione di principi che abbia mai fatto!”. Per il regista il libro è “nero su bianco, una immensa bestemmia. (…) Achab è l’uomo che odia Dio e che vede nella balena bianca la maschera della perfidia del Creatore. Considera il Creatore un assassino e vede in se stesso colui che ha la missione di ucciderlo. Achab è l’uomo che ha compreso l’impostura di Dio”.

La figura di Achab dunque è per Huston la figura eroica, tragica e maledetta da mettere al centro del film e le scelte di adattamento e di modifica rispetto al libro – in alcuni casi significative, come vedremo – servono a realizzare questo intento. Come attore Huston avrebbe voluto il padre Walter, ottimo attore, che però morì prima che Huston iniziasse la realizzazione del film. A lungo pensò di interpretare egli stesso il ruolo di Achab – Huston era anche un grande attore – e alla fine per questo resterà sempre insoddisfatto della interpretazione di Gregory Peck – straordinaria, invece. Peck commentò anni più tardi: “Vedeva Achab come una mescolanza di se stesso e del padre… Si fece molta fatica a strappargli la gamba d’avorio del protagonista”.

Non a caso la famosa scena della predica di padre Mapple – uno straordinario Orson Welles – basata sulla storia di Jona e della balena e sull’ammonimento agli uomini che deve derivarne, risultava per Huston particolarmente difficile da realizzare, perché esplicitamente in contrasto con quelli che secondo lui erano lo spirito e la filosofia del libro. Come raccontò in una intervista, Huston fu felice di chiedere a Welles stesso di adattare il testo del lungo monologo che avrebbe dovuto recitare, perché da solo non ne veniva a capo in modo convincente. Welles – racconta sempre Huston – non solo riscrisse le 6 pagine della predica in modo straordinario, ma – ottenuta dal regista una bottiglia di brandy che lo aiutasse a sciogliere la tensione – recitò in modo perfetto l’intero monologo al primo ciack.

La predica di padre Mapple, magistralmente interpretata da Orson Welles

Il film è pieno di scene memorabili e nonostante gli effetti speciali appaiano oggi chiaramente un po’ datati, resta un film che si guarda con enorme piacere. Bellissima la scena di apertura, con l’arrivo di Ismaele a New Bedford, una graduale discesa dalle colline, dai ruscelli e fino poi al mare. In moltissime scene si percepisce il clima da furore sacro che Huston è riuscito a creare sul set e sul Pequod. Infatti Huston decide di girare il più possibile in mare su una vera baleniera che è il suo Pequod, deciso a filmare una vera tempesta (ne incontrerà ben tre), sfidando gli elementi come fa Achab nel film. Nei lunghi periodi in mare, si imbatterà anche in alcune baleniere che pescano ancora nei modi tradizionali e riescità a filmare delle vere balene e momenti della caccia. Non a caso vi saranno una dozzina di infortuni di gravità varia durante le riprese – si feriranno anche Houston e Peck – e si arriverà al culmine di questa atmosfera di fervore realistico che coinvolge tutti, quando Gregory Peck decide di girare di persona le scene più pericolose, in cui legato alla balena deve più volte andare sott’acqua.

Anche dal punto di vista visivo il film è assolutamente unico. Huston riesce a ottenere una qualità cromatica e plastica del tutto particolari, attraverso un procedimento inedito che sovrappone in fase di stampa al negativo a colori un negativo in bianco e nero, ottenendo immagini che hanno un particolare rilievo ed una patina che crea un’atmosfera davvero da altri tempi.

A consacrare infine il film come opera interamente frutto della visione del regista, sono i cambiamenti che soprattutto nel finale Huston e Bradbury decidono di introdurre rispetto al libro di Melville. Mentre nel romanzo Achab muore cadendo in acqua, preso al collo da un cavo, qui muore legato indistricabilmente a Moby Dick dopo averne arpionato – forse a morte – il corpo. Dopo la morte di Achab è il suo religioso vice Starbuck a prendere il comando, inaspettatamente decidendo di proseguire l’attacco alla balena e così determinando poi la tragedia per tutto l’equipaggio: Huston sembra volerci ammonire sulla cieca fede in Dio.

Infine il cambiamento più radicale e forte è soltanto suggerito, ma tuttavia sembra abbastanza riconoscibile ad una lettura attenta. Come sappiamo l’unico superstite del Pequod sarà Ismaele e la sua voce narrante, che ci ha accompagnato dall’inizio del film, dalla bara galleggiante su cui ha trovato salvezza, chiosa: “Il grande lenzuolo dell’oceano ricopre il Pequod, il suo equipaggio e Moby Dick”,suggerendoci in modo sottile che la balena, dopo aver affondato la nave è infine spirata. Achab ha forse infilato il suo arpione nel cuore della balena bianca, Dio è morto.

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