‘Scene da un matrimonio’ (1973), di I. Bergman

di Bruno Ciccaglione

I film di Bergman possono risultare difficili a diversi livelli: troppo profondi per chi cerca solo intrattenimento, troppo impietosi nel mostrare i lati oscuri dell’animo umano, troppo radicali nel mettere in discussione i pilastri della convivenza borghese. E certamente Scene da un matrimonio è stato questo per molti degli spettatori che l’hanno visto. Eppure in un certo senso – e vedremo quale – si tratta di un film che, dopo un duro atto d’accusa, consapevolmente inneggia all’amore, un amore che è raggiunto però solo attraverso un percorso di liberazione della persona dalle culture e dalle istituzioni che lo ostacolano.

Scene da un matrimonio uscì per la prima volta per la televisione svedese in sei episodi andati in onda nel 1973, cui seguì la riduzione cinematografica (dai 281 minuti della serie ai “soli” 167 minuti per il cinema).

Il film resta diviso comunque per capitoli/episodi (Innocenza e panico; L’arte di pulire sotto il tappeto; Paula; La valle di lacrime; Gli analfabeti; Nel mezzo della notte in una casa buia in qualche parte del mondo) che raccontano la tortuosa e dolorosa evoluzione del rapporto di una “coppia modello”, come loro stessi provano a rappresentarsi all’inizio del film, in una intervista che ne vuole evidenziare appunto la esemplarità. Un film quasi solo di interni (ma per questo motivo i rari esterni si caricano di significati molto intensi) quasi completamente basato sui due protagonisti, in un dialogo a volte verboso, ma molto acuto e intenso. Sin dall’intervista iniziale cogliamo un elemento che attraversa tutto il film: la non simmetricità della relazione. Johan (Erland Josephson) è sicuro di sé, cinico, sottilmente opprimente. Marianne (Liv Ullmann) è timida, remissiva, non realizzata. I due sono dei perfetti e colti borghesi: sanno benissimo come va il mondo e commentano la violenta crisi coniugale di due loro amici con tutta la possibile disillusione sull’istituzione del matrimonio, ma come tutti i borghesi si illudono di essere “l’eccezione che conferma la regola”.

Rapidamente, invece, le increspature che avevamo colto sin dall’inizio della storia, diventano sempre più deflagranti: menzogne, tradimento, abbandono e separazione, violenza. Ma tutto questo avviene, a dispetto dell’ambientazione nella emancipata e civile Svezia del compromesso socialdemocratico, in una relazione comunque fortemente squilibrata da consolidati e millenari rapporti di forza tra i generi. Ancora una volta Bergman si supera nel “filmare gli uomini come li amano ma li detestano le donne, e le donne come le detestano ma le amano gli uomini” (Godard) e solo liberandosi entrambi dal rapporto di forza patriarcale troveranno un nuovo modo di amarsi. Ma se è vero che entrambi dovranno cambiare il loro modo di stare al mondo, Bergman sembra chiaramente prendere le parti di Marianne: una nuova forma della relazione d’amore sarà possibile solo con una piena emancipazione della donna (solo formalmente sancita per buona parte del film) e dopo che l’uomo abbia preso coscienza del modo egoistico di amare cui è stato educato.

Memorabili alcune sequenze, particolarmente cariche di significato, perché rompono la messa in scena quasi claustrofobica di questo rapporto a due in un interno. Una è quella in cui Johan se ne va di casa allontanandosi in macchina dalla casa in campagna, per partire insieme alla sua amante Paula. Da dentro vediamo il mondo fuori, come se fosse una specie di forza che si è fatta largo tra i due coniugi e che li fa separare, lui si allontana, lei resta sola col suo dolore. In un’altra c’è invece tutta la degenerazione cui è arrivato il loro rapporto: in un vano quanto sconclusionato tentativo di riconquistare il marito, Marianne gli legge un suo diario emotivo e le immagini ci guidano fuori dalla stanza attraverso una sequenza di foto della sua infanzia ed adolescenza che ne sottolineano la bellezza, ma ben lungi da un quadro idilliaco (in una foto la bambina tortura uno scoiattolo…). Lo sforzo di Marianne di entrare in una sintonia emotiva sincera col suo ex marito, però, lo annoia talmente da farlo addormentare. Importantissima poi è la scena di violenza di Johan su Marianne: eccitato sessualmente dalla situazione insolita (stanno per firmare le carte del divorzio ed oscillano tra il piacere di rivedersi dopo molto tempo e lo scontro legale), reagisce al rifiuto di Marianne picchiandola duramente.

Ma non eravamo di fronte ad una civile e razionale coppia dell’emancipata società scandinava? L’ammonimento di Bergman è chiarissimo: non ci si faccia illusioni, le contraddizioni prima o poi esplodono.

Dunque il film racconta un percorso a ostacoli, di cadute e risalite, di ferite e meschinità, un percorso che non finisce mai, non è mai completamente risolto (alla fine i due tornano ad amarsi, con maturità, ma sono entrambi risposati con altre persone, in relazioni poco diverse da quella che li aveva portati ad odiarsi). Eppure l’ultimo capitolo, intitolato ‘Nel mezzo della notte in una casa buia in qualche parte del mondo’ sembra lasciarci una speranza. Ancora una volta a sottolineare la nuova fase è un diverso modo di vedere il mondo esterno che apre l’episodio. Siamo all’aperto, in un campo lungo, in una città luminosa, vicino ad un parco: il mondo sembra diventato improvvisamente un posto piacevole in cui stare. Johan in macchina viene a prendere Marianne, si ferma sulle strisce pedonali (una non casuale, per quanto piccola, violazione delle regole) per farla salire e riparte. La loro è una fuga dal mondo, come se ne concedono appena possono gli amanti.

Non è però questo ad interessare Bergman, bensì il mostrarci come ora queste persone siano capaci di complicità e rispetto reciproco, di realizzare la propria personalità, come mai erano riusciti a fare nel matrimonio. Sono finalmente liberi, si amano. Siamo sempre nel mezzo della notte in una casa buia, ma questo può essere bellissimo.

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