The Last Waltz, di Martin Scorsese (USA, 1978)

di Bruno Ciccaglione

The Band

Nel filmare l’ultimo concerto di uno dei gruppi più importanti della storia del rock, The Band, Martin Scorsese, quasi al di là della volontà stessa dei musicisti protagonisti, ne coglie e ne esalta il valore simbolico di evento finale di un’epoca: è la fine dell’età dell’oro del rock, che coincide forse non a caso con la fine degli anni settanta.

Il film di Scorsese, girato nel 1976 durante l’ultima esibizione pubblica di The Band, è una sorta messa in scena dell’apice raggiunto dal rock, una delle sottoculture più importanti a partire dalla fine degli anni ’50 (da Chuck Berry a Elvis, dai Beatles agli Stones a Woodstock e fino ai primi anni ’70) e di una generazione di giovani che di quella sottocultura era protagonista. Se già nel 1969 con Easy rider Dennis Hopper intuiva che gli USA non sarebbero diventati la “nazione di Woodstock”, con The last Waltz Scorsese sancisce definitivamente la fine di ogni illusione. Però che musica, in questo film struggente!

Dall’Opera di San Francisco furono prese in prestito le scenografie della Traviata

La vetta rappresentata nel film, in altre parole, segna l’inizio di un declino irreversibile, tanto che delle star di rilievo mondiale che condividono con The Band il palco del Winterland Ballroom di San Francisco, a celebrarne festosamente l’addio alle scene dopo una carriera straordinaria, nessuna sarà più una figura centrale nella cultura popolare del decennio successivo. Siamo al picco degli ultimi anni in cui il rock mantiene ancora qualcosa della sua innocenza e della carica ribelle iniziale, pur essendo già ampiamente integrato nel business.

Robbie Robertson e Eric Clapton

Se solo un paio d’anni più tardi il rock si troverà a fronteggiare la rivolta del punk, che minerà alle fondamenta la stessa idea di “suonare” come elemento centrale del rock, qui siamo al cospetto, lo sa bene Scorsese, di un gruppo di musicisti straordinari, capaci di affrontare una varietà di stili e generi musicali con padronanza, ciascuno capace di suonare diversi strumenti e di cantare le bellissime armonizzazioni presenti in molti brani.

Levon Helm, l’unico statunitense in una Band di canadesi

Iniziata la carriera alla fine degli anni ’50 come band di Ronnie Hawkins, cambiando diversi nomi, The Band aveva saputo diventare un punto di riferimento. I musicisti dal ’68 iniziarono una carriera in proprio scegliendo il nome The Band, sia perché non c’era un vero leader a dominare il gruppo, sia perché ormai tutti li chiamavano così.

Bob Dylan

Dopo 18 anni “on the road”, uno dei frontmen del gruppo, Robbie Robertson, era esausto e anche se gli altri forse subirono un po’ questa determinazione a lasciare le scene, nel 1976 la decisione fu presa. Proprio Robertson propose una grande celebrazione festosa: il concerto di addio si sarebbe svolto nella sala da 5000 posti di Bill Graham, il Giorno del Ringraziamento, il 25 novembre del 1976 (a tutti gli spettatori sarà addirittura servito il tradizionale tacchino!). Al concerto prenderanno parte i musicisti amici di una vita on the road dai nomi altisonanti: Ronnie Hawkins e Bob Dylan (primo e ultimo dei “datori di lavoro” di The Band), così come Paul Butterfield, Bobby Charles, Eric Clapton, Neil Diamond, Dr. John, Joni Mitchell, Van Morrison, Ringo Starr, Muddy Waters, Ronnie Wood e Neil Young (in ordine alfabetico!).

La travolgente performance di Van Morrison

Bob Dylan, tra l’altro, sarà protagonista del momento di massima tensione poco prima dell’inizio del concerto. Probabilmente temendo di far concorrenza al proprio film sul Rolling Thunder Revue Renaldo and Clara, Dylan dal proprio camerino comunicò che non desiderava essere ripreso né apparire nel film! Oltre al problema artistico, c’era anche il buco finanziario che l’assenza di Dylan avrebbe comportato, perché la Warner Bros. aveva accettato di finanziare il film solo a condizione che Dylan vi comparisse. Fu Bill Graham a salvale la situazione negoziando un compromesso nel camerino del futuro Premio Nobel per la letteratura: sarebbero state filmate solo le ultime due canzoni eseguite da Dylan.

Niel Young che canta Helpless

L’altra decisione fondamentale fu quella di realizzare un film che documentasse il concerto e di offrire a Martin Scorsese di dirigerlo. Del resto Scorsese, oltre ad aver già realizzato due capolavori come Mean Streets e Taxi driver, aveva dimostrato in questi due film una profonda comprensione  della sottocultura del rock e del pop (si pensi a come aveva riletto Late for the sky in Taxi driver). Scorsese inoltre, poteva vantare di aver già lavorato al documentario su Woodstock ed oltre ad essere diventato amico di Robertson (che ne diventerà da qui in poi il consulente musicale per i film successivi), era un fan della gran parte dei musicisti ospiti del concerto (pare che sia stato il nome di Van Morrison a entusiasmarlo di più: “Mi prendi in giro? C’è Van Morrison? Allora devo fare questo film!”, disse a Robertson).

Forse la più originale e bella performance del film: Coyote di Joni Mitchell

Scorsese preparò il film in modo esasperatamente dettagliato: con 7 cineprese a disposizione, studiò la scaletta e la struttura completa di ogni brano (chi suonava o cantava cosa, chi eseguiva gli assoli ecc.), per poi realizzare uno storyboard dettagliato di ciascun brano, che lo avrebbe guidato nel corso del concerto, dando indicazioni agli operatori attraverso delle cuffie radio. Ma ovviamente, molte cose non andarono come previsto.

Martin Scorses e Robbie Robertson

Innanzitutto all’inizio del concerto Scorsese si accorse che il volume della musica era così alto da rendere complicate le comunicazioni con gli operatori (ironicamente si decise poi di inserire una scritta all’inizio del film che invitava a vedere il film “ad alto volume”). Inoltre ci furono diversi problemi di funzionamento delle cineprese, tanto che un paio di brani furono successivamente eseguiti e filmati in studio (e Scorsese qui inventa l’estetica che ispirerà molti videoclip dei decenni successivi). Si rivelerà importantissimo il fatto che ciascuno degli operatori fosse esperto e ben preparato. Addirittura fu solo grazie alla indisciplina di László Kovács (sì, il direttore della fotografia della New Hollywood, che fu uno degli operatori), che si ebbero delle immagini utilizzabili della performance del mito del blues Muddy Waters. Kovács, stanco dei continui suggerimenti di Scorsese si tolse le cuffie e decise – diversamente da quanto previsto – di stare sul primo piano di Waters per tutto il brano: “Fu una vera fortuna!” commentò in seguito Scorsese.

Il machismo nero di Muddy Waters

Ma Scorsese al solito è interessato alla musica e al concerto anche in un senso più profondo, come specchio dei tempi, e forse è per questo che si sente naturalmente più vicino a Robbie Robertson, che è chiaramente quello più desideroso di fare bilanci e riflessioni tra i componenti della Band. Levon Helm, lo straordinario batterista e cantante, le cui esecuzioni vocali pare siano state le sole a non aver richiesto alcun intervento di post-produzione perché erano state impeccabili, si lamentò in seguito che il film abbia trasformato Robertson nel leader del gruppo che non era mai stato nella realtà. Però se il rock nel 1976 era già diventato adulto e poteva affrontare temi e riflessioni non più solo adolescenziali, non tutti i suoi protagonisti erano pronti a fare la riflessione sullo stile di vita “on the road” di Robbie Robertson con cui Scorsese sceglie di chiudere il film: dopo aver ricordato i troppi nomi delle star morte giovanissime (il club dei 27 più Elvis), Robertson chiosa: “It’s a God damned way of  life!” (È uno stile di vita dannato!”)

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