‘Dumbo di T. Burton: lo spirito creativo della Disney perde quota’

Con questo film Tim Burton torna a collaborare con la Disney, in quello che sembra un rapporto di amore e odio che si intreccia da lungo tempo.

Tim Burton inizia la sua carriera negli studios della Disney nel 1979, e nel 1981 partecipa alle animazioni del classico “Red e Toby – nemici-amici”. Ma non è quello che il giovane regista desidera realmente, la sua visione dell’animazione è più oscura, più dark. Realizza quindi per gli studios il cortometraggio in stop motion “Vincent” che si avvale, per la voce narrante, di Vincent Price. Pochi anni dopo, a seguito della deludente collaborazione tra l’artista e lo studio per “Taron e la pentola magica” e anche per lo scarso successo ottenuto dal secondo cortometraggio di Burton “Frankenweenie”, Burton lascia la Disney per intraprendere la sua personale strada registica. Torna però a lavorare con la Disney in diverse altre occasioni, sia con lungometraggi animati (in stop-motion come “Nightmare before Christmas”, “James e la pesca gigante” e il remake di “Frankenweenie”), sia con film ad azione vivente (“Alice in Wonderland” e il suo seguito, da lui solo prodotto, “Alice, attraverso lo specchio”).

Ecco quindi che Tim Burton torna con questo film alla corte di Disney, ma si potrebbe dire che il regista, in questa pellicola, affronta questo rapporto con la casa di produzione in maniera velatamente critica. La storia del film gira intorno alle vicende di Dumbo, l’elefante volante, portato sullo schermo dalle magiche matite di Walt Disney nel 1941. La differenza tra i due prodotti è notevole. Il cartone animato era un film piccolo, quasi minimalista, uno dei più brevi prodotti dallo studio (dura solamente 64 minuti). L’elefante era il protagonista assoluto, di fatto orfano della madre, momentaneamente rinchiusa per sicurezza in un carrozzone/prigione. La figura a lui più vicina, facente funzioni di “padre” era il topo Timoteo, che aiuta il piccolo pachiderma a scoprire la sua forza interiore ed il proprio valore. Nel film di Burton tutto questo è assente.

L’elefante rimane sempre un po’ ai margini della vicenda e attorno a lui ruotano altre trame che in realtà prendono il sopravvento sulla trama principale. La storia dei due bambini, Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins), è la vera traccia del film. I due bambini, orfani di madre, vorrebbero vivere una vita al di fuori del circo, mentre il loro padre Holt Farrier (Colin Farrell), la star del circo Medici, tornato menomato di un braccio dalla guerra, vuole riscattare il suo status di star del circo per il quale ha lavorato da sempre. Sono i due ragazzi a scoprire la favolosa particolarità di Dumbo. E questo permette al circo di Max Medici (Danny DeVito), di trovare quella fortuna che sembrava ormai in calo con conseguente declino e crisi per l’intera compagnia. Sarà però con l’arrivo nella vicenda di V. A. Vandevere (Micheal Keaton), e della sua fidanzata, la trapezzista Colette Marchant (Eva Green) che porteranno Dumbo alla luce dei riflettori.

E’ proprio il personaggio di Vandevere a essere, in un certo senso, l’incarnazione della critica di Tim Burton. L’uomo infatti è un potente magnate dell’industria dello spettacolo, ed ha costruito un avveniristico (per l’epoca siamo agli inizi del ‘900), straordinario parco di divertimenti dal nome Dreamland. Sarà però proprio la cupidigia di Vandevere a distruggere il parco con un furioso incendio. Burton sembra voler fotografare la situazione degli Studios Disney degli ultimi anni. Una casa di produzione che si getta sulla tecnologia, sullo sfarzo delle produzioni, ma che di artistico ormai ha ben poco. La tecnologia che permette a Vandevere di far sognare i visitatori del suo parco e del suo circo è tesa solamente a fare soldi. Non c’è più il piacere e la ricerca del sogno, della meraviglia da far vivere con autentica passione alle persone. I sogni di Vandevere (della Disney) puntano sopratutto al guadagno, lasciando da parte la ricerca dell’arte, il piacere della sperimentazione.

Walt Disney amava dire “Non faccio film per fare soldi, ma faccio soldi per poter fare film!”. In lui c’era sempre una ricerca all’innovazione, una tensione alla sfida sempre con un occhio di rispetto verso l’arte e lo spettatore. La Disney odierna, sembra invece dire Burton, è diventata una multinazionale tesa solo al profitto, e per fare questo non esita a ricreare copie dei suoi classici storici. Ma tutto questo crea un cortocircuito. Infatti è vero che questi film live action sono una riproposizione (a volte pedissequa) degli originali animati, ma sfruttano più che altro l’effetto nostalgia e il facile piacere della citazione dell’originale per richiamare il pubblico nelle sale. Non esiste in questi film l’idea della “pellicola evento”, e lo dimostra il fatto che ormai vengono ‘sfornati’ a una velocità sorprendente (entro pochi mesi saranno distribuiti “Il re leone” e “Aladdin”), quasi con un ritmo da catena di montaggio. Hanno tutti un po’ la stessa ricetta: attori più o meno famosi come interpreti principali, scenografie sfarzose, tecniche di ripresa spettacolari, musiche grandiose con un occhio di riguardo alle celebri canzoni dei loro predecessori in animazione (anche queste canzoni fanno leva sull’effetto nostalgia). Burton sembra doversi piegare a questa serializzazione, ma non rinuncia a denunciare la cosa con la scena dell’incendio finale che distrugge il parco. Le fiamme, divampate a causa di un’azione scellerata di Vandevere, divorano quello che era stato costruito con tanta calcolata ingordigia. Il parco è naturalmente un riflesso dei vari Disneyland sparsi per ilmondo. Parchi voluti da Disney che seguì personalmente la costruzione del primo e più celebre, per il quale rappresentavano il coronamento di una carriera: portare sulla terra il suo sogno animato per la gioia dei bambini, e non solo, di tutto il mondo. Ora questi parchi, questa produzione forsennata di copie, questa mancanza di idee originali, rischia di spingere la società ad una ricaduta su se stessa.

Burton desidererebbe tornare alla semplice magia, e questo può essere simboleggiato dalla scena degli elefanti rosa(nel cartone originale era un’allucinazione da ubriacatura di Dumbo e Timoteo), dove Dumbo rimane ipnotizzato da uno spettacolo “magico” di bolle di sapone che prendono la forma, appunto, di elefanti rosa. Come a dire che basta poco per stupire e sognare, senza bisogno per forza di tanta tecnologia.

Di per sé il film risulta essere piacevole, anche se ci sono alcune cose che stonano. Intanto proprio per il fatto del “marchio di fabbrica” di queste produzioni il film sembra diretto da un altro regista e si fatica a vedere la mano gotica e disturbante tipica di Burton.

L’altra cosa è che purtroppo, i giovani protagonisti, i due bambini, risultano scostanti, e realmente non ci si riesce ad affezionare alle loro vicende, così come non ci si affeziona a Dumbo, in quanto ha un ruolo che in realtà non è da protagonista. Da lodare però è la realizzazione in CGI di Dumbo stesso, che si amalgama perfettamente alle scene e ai personaggi che gli sono intorno, risultando molto credibile.

Alla fine dei conti, Dumbo rimane comunque una pellicola di pregio e qualche sprazzo visionario lo si può trovare nelle sequenze ambientate nel lato horror del parco divertimenti di Vandevere.

Ma, forse, dal grande Tim Burton ci si aspettava qualche cosa di più.

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