Guardato a vista: il polar perfetto del multiforme Claude Miller

di Laura Pozzi

Regista misconosciuto e in parte riscoperto dopo la scomparsa avvenuta nell’aprile 2012, Claude Miller ha attraversato la storia del cinema in punta di piedi, lasciando a bordo campo inutili orpelli a favore di una poliedricità espressa sempre ad altissimi livelli. Discendente spirituale di François Truffaut (dal quale erediterà poco prima di morire la sceneggiatura de ‘La piccola ladra’, film del 1988 con Charlotte Gainsbourg), Miller realizza nel 1981 ‘Guardato a vista’, un asciutto e chirurgico polar ambientato fra le algide mura di un commissariato durante una piovigginosa e livida notte di San Silvestro.

In una cittadina della provincia francese vengono rinvenuti a pochi giorni di distanza i corpi martoriati e violati di due bambine. I sospetti ricadono su Jerome Martinaud (Michel Serrault) un rispettabile e facoltoso notaio presente sulla scena di entrambi i delitti. Convocato dal commissario Adrien Gallien (Lino Ventura) quello che ne seguirà sarà uno snervante interrogatorio nel quale Martinaud dovrà convincere della propria estraneità il ruvido ispettore e il suo cinico assistente Belmont.

Un logorante duello psicologico giocato sul filo del rasoio reso drammaticamente avvincente dall’ incessante susseguirsi di dubbi, contraddizioni, false piste e segreti (forse) inconfessabili. Ma nonostante le apparenze e l’inattaccabilita’ dei ruoli, tra i due antagonisti si respira un’aria di muta connivenza resa vivida e furente nello straziante urlo finale. Fino all’arrivo di Chantal Martinaud (Romy Schneider), un impalpabile dark lady, detentrice (sembra) di una scomoda e risolutiva verità.

Il geometrico e teatrale impianto narrativo ideato e superbamente messo in scena da Miller, non può lasciar indifferente. Lo sa bene Giuseppe Tornatore che lo prenderà a modello per ‘Una Pura Formalità’ e lo sa ancor di più Stephen Hopkins che nel 2000 con Under Suspicion proverà a rendergli omaggio con uno scialbo remake interpretato da Gene Hackman, Morgan Freeman e Monica Bellucci. Attori incredibili (i primi due) certo, ma nulla in confronto al tris d’assi dell’originale francese. Lino Ventura, Michel Serrault e la ‘principessa’ Romy Schneider è quanto di meglio possa capitare nelle mani di un regista, anche il meno esperto.

Una triade rara capace di rendere superlativo uno script convenzionale, ma dalla confezione impeccabile. Al resto ci pensa l’affilata regia di Miller, incisiva come un bisturi e raggelata dall’incombenza di un triste e inevitabile presagio. L’apparizione in penombra, quasi spettrale di Chantal Martinaud è un momento di cinema

che non si dimentica. Il glaciale, ma necessario confronto con Gallien assume un tono quasi sacrale, come se dietro quella confessione (forse vera o forse no) si celasse l’ irrefrenabile desiderio di redenzione o definitiva condanna.

Romy Schneider qui al suo penultimo film (morira’ a soli 44 anni in circostanze misteriose l’anno successivo) non si limita a portare in scena le frustrazioni di una moglie annoiata e benestante, ma affida al personaggio la sua tormentata esistenza, il suo disagio, quell’oscuro malessere che culminerà nel tragico finale e coinciderà con la sua prematura scomparsa. Da non perdere

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