“Nove vie da seguire… un gatto a nove code”

di Fabrizio Spurio

‘Il gatto a nove code (1971), di D. Argento con C. Spaak, James Franciscus e Karl Malden.

A seguito dello straordinario successo de ‘L’uccello dalle piume di cristallo’, il produttore Goffredo Lombardo spinge Dario Argento a realizzare una nuova pellicola. In realtà Argento avrebbe voluto girare un altro tipo di film, ma alla fine decide di scrivere questo giallo, anche se il risultato non lo convince molto. Per Argento questo è un film che rimane in parte nei binari dei polizieschi americani, e già il volto dei due attori protagonisti, James Franciscus e Karl Malden potrebbero orientare in questa direzione. In realtà il film risulta riuscito nella trama e impreziosito da trovate e situazioni che risultano un’evoluzione del film precedente.

La tecnica della soggettiva viene usata in modo dilagante in questa pellicola. In realtà si potrebbe parlare di un contrappunto narrativo: il protagonista Arnò (interpretato da Karl Malden) è cieco, mentre dell’assassino ci viene mostrato un dettaglio a tutto schermo della pupilla, enorme e immanente. Un occhio che tutto vede, che controlla i movimenti dei personaggi, li segue e a volte li precede, quasi senza alcun senso logico. L’occhio dell’assassino diventa un’entità astratta e onnipresente.

Arnò e l’assassino sembrano uniti da uno strano legame mentale. Forse la cecità ha dato ad Arnò una dote particolare, un sesto senso notevolmente sviluppato.

‘Il gatto a nove code’ è un film sull’ambiguità. In realtà tutti i personaggi hanno una doppia faccia, un lato oscuro, sia vittime che carnefici. Ad un certo punto proprio Arnò pronuncia una frase che ci dà una chiave di lettura della pellicola: “C’è qualcosa di poco chiaro nel passato di tutti noi…”.

Tutti nascondono una macchia sulla coscienza: Bianca Merusi ha venduto le formule create nell’Istituto ad altre aziende farmaceutiche con l’aiuto del ricercatore Braun che all’apparenza sembra un uomo dai principi ferrei ma che invece nasconde una sessualità ambigua. Calabresi, l’uomo che conosce l’identità dell’assassino, non esita a ricattarlo sperando di arricchirsi. Anna (Catherine Spaak), figlia del direttore dell’istituto in realtà è stata da lui adottata e ne è diventata l’amante. Ma anche lo stesso Arnò e la sua nipotina di otto anni vivono in una situazione di velata ambiguità.

Poi alla fine c’è l’assassino: un omicida inusuale nella filmografia di Dario Argento, in quanto il suo movente non nasce da traumi scatenanti, ma sembra quasi assegnato dal destino, o forse voluto dallo stesso assassino. Egli scopre di avere una triade cromosomica che sarebbe alla base di un comportamento deviato e omicida; per questo inizia a uccidere chi potrebbe scoprirlo. Ma se non avesse scoperto di avere la ‘triade cromosomica’, avrebbe comunque ucciso? Nulla lo costringe ad avere comportamenti violenti. Lui decide che per proteggere il suo segreto deve eliminare gli altri. Alla fine il fatto di possedere la xyy non lo obbliga ad avere comportamenti criminali: è solamente una sua scelta quella di assecondare tale predisposizione.

La sua furia omicida si scatena nel momento in cui deve eliminare chi lo ricatta, chi conosce la sua identità. Durante gli omicidi si avventa contro le vittime con una violenza spasmodica. Forse è in quel momento che la sua violenza, trattenuta e controllata, esplode e si vuole vendicare del suo essere condannato dalla nascita. Si ha quasi l’impressione che quando uccide, l’omicida voglia essere libero di sfogarsi sadicamente sulle vittime. Quindi è più una giustificazione, magari per poter godere di un’attenuante in caso di processo? O è vera l’influenza dei cromosomi?

Un film teso, che sfoga tutta la sua ambiguità nel finale, quando l’assassino e Arnò lottano sui tetti dell’istituto Terzi. Si affrontano come due bestie, colpi pesanti sottolineati da effetti sonori potenti. Due animali coperti di sangue che in quel momento, spinti nella disperazione, combattono solo per sopravvivere, comandati dal solo istinto. E qui il doppio esce allo scoperto: non ci sono maschere nella violenza che circonda questi due corpi diventati solamente due forme disperate. Unico barlume che divide l’uomo civile dalla bestia è il gesto di Arnò quando, parando il colpo di coltello che l’assassino vuole calare sulla piccola Lory, presa in ostaggio, dimostra di avere in sé la parte razionale dell’anima che tende al bene e alla difesa della vita. L’assassino invece rimane inevitabilmente vittima della sua ferocia che si sublima nel faccia a faccia risolutivo.

E sarà Arnò a punire nel finale l’assassino facendolo precipitare nella tromba dell’ascensore (con un effetto di soggettiva particolarmente sensoriale per quello che riguarda la vista ma anche soprattutto per l’udito: è terrificante sentire il suono delle mani dell’assassino che sfrigolano lungo le corde dell’ascensore, fumando anche per l’attrito, verso l’inevitabile sfracello finale), ma rimanendo virtualmente impunito per tale gesto. Arnò compie l’atto finale a condanna dell’assassino, ma la pietà dello spettatore nei suoi confronti è forte e quindi lo immunizza automaticamente dall’essere considerato un carnefice alla stregua dell’altro.

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