La coppia improbabile e il ‘fardello dell’uomo bianco’ in King Kong (1933)

di Roberta Lamonica

“Quando la bestia vide il volto della bella, la sua mano si fermò senza più uccidere e da quel giorno fu come morta”.

(vecchio proverbio arabo)

King Kong (1933), di Merian C.Cooper e B. Schoedsack con F. Wray, B. Cabot e R. Armstrong. Soggetto di E. Wallace

Dopo un viaggio in un’isola del Pacifico piena di creature preistoriche, un regista cattura un gigantesco primate che ha rapito e si è invaghito dell’attrice protagonista, e lo trasporta a New York, dove la fuga dello ‘scimmione’ sarà causa di morte e distruzione.

Un giorno del 1932 il produttore Merian C. Cooper convocò Fay Wray e le comunicò che avrebbe avuto un ruolo in un film il cui co-protagonista sarebbe stato “l’attore più alto e più bruno di Hollywood”.

Vista la titubanza della Wray, (una bruna a cui venne chiesto, fra l’altro, di tingere i capelli di biondo, dato che il ruolo era stato pensato per J. Harlow) Cooper la informò che King Kong sarebbe stato un pupazzo di pezza, lattice e metallo di 45 cm.

Grazie al talento del pioniere degli effetti speciali Willis O’Brien, che aveva già lavorato ai dinosauri in stop motion de ‘Il mondo perduto (1925), il pupazzo sembra di 12 metri circa e riesce a veicolare una grande varietà di emozioni, terrorizzando gli spettatori, attirandosi le loro simpatie, e trasformando King Kong in una pietra miliare del Cinema.

Al di là degli effetti speciali incredibili per l’epoca, Cooper e Schoedsack dovettero lavorare molto sulla recitazione di Fay Wray. Se, infatti, nelle scene in campo lungo la Wray era sostituita da una bambolina che potesse stare nelle mani del pupazzo Kong, nei primi piani doveva reggersi a mezz’aria in una mano e un braccio meccanici. Le espressioni di terrore e le urla disperate sono diventate iconiche della Bella in balia della Bestia.

La ciliegina sulla torta fu la musica di Max Steiner, importante quanto il film stesso. Nonostante le insistenze della produzione perché venissero utilizzate musiche già esistenti per risparmiare denaro, Cooper convinse Steiner a scrivere qualcosa di nuovo. Ciò che venne fuori fu una colomba sonora con temi per ogni personaggio che identificavano, accompagnavano e sottolineavano la recitazione di tutti i protagonisti.

La lungimiranza di Cooper fu vincente: all’apice della Grande Depressione, il film incassò 89.931 dollari in 4 giorni e diventava emblema, attraverso la ribellione di King Kong, dell’incapacità della civiltà di tenere sotto controllo le proprie contraddizioni e le proprie forze distruttive.

L’opposizione Bella/Bestia, civilizzazione/ natura, Skull Island/ Manhattan è alla base del film che, oltre la citata denuncia alla civiltà occidentale, investiga la natura profonda dei desideri primitivi repressi dalla civiltà, appunto, in quanto non ‘gerarchizzabili’. Nel momento in cui Kong si innamora di Ann Darrow, in qualche modo si umanizza, diventa portatore di ideali quasi cavallereschi di rispetto e protezione nei confronti della donna. La possibilità che ciò che non può essere ricondotto a norma sfugga al nostro controllo è inaccettabile per l’Uomo Civilizzato che, proprio nel momento in cui scopre la deviazione dalla norma, non esita a eliminarla senza pietà.

King Kong ha gettato le fondamenta per tutti i film di mostri successivi. I remake, con le tecniche digitali moderne sono realistici e spettacolari eppure, a distanza di 80 anni, vedere King King sul tetto dell’Empire State Building che abbatte biplani come fossero mosche, suscita ancora un’emozione incredibile e rende l’immagine di un essere che muore per amore, assolutamente sublime.

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