Cafarnao – Caos e miracoli (Capharnaüm, 2018), di Nadine Labaki

di Andrea Lilli

Cafarnao, in ebraico Kefar Nahum (“villaggio della consolazione”), ora scomparso, fu il paese di pescatori sul lago di Tiberiade in cui Cristo avrebbe iniziato a predicare e a fare miracoli, richiamando folle e generando disordini. E’ un termine usato per definire un luogo caotico, una situazione molto confusa.

 

Da piccolo fanciullo ‘ncominciai 

a non ave’ più bene in vita mia 

 

Zain e’ un ragazzino di dodici anni. Non sa in che giorno e’ nato, non e’ mai andato a scuola.

E’ affezionato a sua sorella Sahar, di un anno piu’ piccola, e divide il letto (un materasso per terra) con vari altri fratelli. I genitori non hanno un lavoro, il padre borderline fuma e beve chiuso in casa, la madre fa figli e basta. Zain lavora come fattorino nel negozio del padrone di casa, che in cambio non fa pagare l’affitto alla famiglia, ma pretende di sposare Sahar quando la ragazzina entra in pubertà. L’altro lavoro di Zain è quello di procurarsi in qualche modo medicinali da polverizzare per preparare una droga artigianale, e spacciarla.

 

E quando mi portarno a battezzà

compare e la comare me si morse

Il giorno in cui vede i genitori trascinare la sorella recalcitrante verso il padrone, Zain cerca inutilmente di strappargliela dalle mani, li maledice e scappa di casa. Vagabondando, finisce in un parco giochi, dove patisce fame e solitudine finché non incontra Rahil, rifugiata etiope che lavora come donna delle pulizie. Rahil vive in una baracca, con un figlio lattante non registrato.

A lei, Zain stremato chiede ospitalità. Rahil accetta, e in cambio si fa aiutare dal ragazzo per le cure quotidiane a Yonas, che lei deve tenere nascosto mentre lavora. Rahil ha il permesso di soggiorno scaduto e non riesce a trovare il modo né i soldi per rinnovarlo. C’è un trafficante, Aspro, ha una bancarella al mercato e le offre documenti falsi e il saldo di un vecchio debito, ma in cambio vuole il piccolo Yonas, promettendo a Rahil che lo farà adottare da una famiglia benestante.

Li fasciatori che me ci fasciorno

erano pieni de malinconia

 

Rahil rifiuta, ma poco dopo viene arrestata e incarcerata senza che lei possa portare con sé Yonas, e senza poter avvertire Zain, che si ritrova ad essere l’unico responsabile del lattante.

Da quando Zain non ha più notizie della madre di Yonas, si improvvisa suo fratello maggiore e riesce per un po’ a procurarsi cibo per entrambi, grazie soprattutto al consueto spaccio di droga fatta in casa. Un giorno torna alla baracca di Rahil e la trova chiusa con una catena.

Non ha piu’ dove dormire e soprattutto non sa che fare con Yonas: pur sospettando il peggio, deve rassegnarsi a cederlo ad Aspro, che gli dà dei soldi e promette di farlo arrivare in Svezia, qualora Zain si procuri un documento di identita’.

E quella culla dove me ninnorno

legno crudele nun ce se dormiva

Allora Zain, dopo tanto tempo, ritorna a casa dei genitori per cercare il documento, ma trova solo la solita miseria, un aumentato odio e rancore. E due notizie: che la sorella Sahar è morta per un’emorragia trascurata in seguito ad un aborto spontaneo, e che sua madre è nuovamente incinta, di una bambina cui darà il nome di Sahar. In preda alla rabbia, il magrolino Zain afferra un coltello e corre a giustiziare il responsabile della morte di sua sorella.

La concolina che me ci lavorno 

era bucata e l’acqua non teneva (*)

 

Mentre sconta cinque anni nel carcere minorile, Zain riesce a contattare un programma televisivo, che trasmetterà il suo desiderio: denunciare i propri genitori e farli processare come criminali, per il reato di averlo messo al mondo. Vuole impedirgli di continuare a fare figli infelici, sfruttati, emarginati, venduti, uccisi. 

 

Questa la trama, che precede il processo ai genitori e il finale.

Seguono il Premio della Giuria a Cannes 2018 ed altri prestigiosi riconoscimenti, accompagnati specularmente da critiche più o meno feroci.  

Una cosa è certa: il ragazzino che interpreta Zain si chiama Zain al-Rafeea ed è la prima volta che fa l’attore.

È un rifugiato siriano analfabeta che ha vissuto in un campo profughi libanese, provando sulla propria pelle esperienze simili a quelle rappresentate.

La regista libanese, Nadine Labaki, che recita nel film la parte dell’avvocato di Zain, ha girato questo suo terzo lungometraggio nello stile più realista possibile, preferendo attori non professionisti e la camera a spalla. Accusarla di avere sfruttato biecamente minori per muovere a facile compassione il pubblico, senza inserire nel film analisi sociopolitiche puntuali e corrette, al fine di mendicare premi agli angoli delle strade della sua carriera, significa non solo cercare di prendersela col dito che indica, invece di guardare la luna marcia dei tanti cafarnao nel pianeta, ma anche qualcosa di peggio: avere completamente dimenticato di essere stati bambini.

 

 

(*) Testo in corsivo tratto da:

Lassa sta’ la me creatura, Canzoniere del Lazio, 1974

 

 

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