‘Il castello di Otranto’, lì dove inizia il genere gotico.

di Roberta LamonicaL’opera di G. B. Piranesi fu la grande fonte di ispirazione per il primo romanzo gotico della letteratura inglese: Il Castello di Otranto. L’immane elmetto che schiaccia il giovane Corrado subito prima delle nozze è lo stesso che si ritrova in alcune tavole dell’artista veneto.

Walpole definiva le opere di Piranesi “sogni sublimi” ed era estremamente attratto dal senso onirico di angoscia che questi disegni ispiravano. La stessa descrizione del castello con i suoi sotterranei e le sue segrete può essere vista come un omaggio alle “Carceri” di Piranesi.

E quando Walpole scriveva al suo amico W. Cole, in una lettera del 9 marzo 1765, che l’idea per “Il castello di Otranto” era nata in seguito a un incubo, egli stava forse ancora essenzialmente omaggiando il grande incisore e architetto italiano.

Perché leggere Il Castello

di Otranto, oggi? Se vi piacciono le storie di fantasmi, se siete affascinati dal soprannaturale, se siete interessati a questo tipo di fiction, allora è bene che sappiate che tutto è cominciato con questo romanzo di Horace Walpole del 1764. Walpole introdusse un intero range di nuovi stili e caratterizzazioni per ciò che riguarda il ‘non morto’, il sovrannaturale e l’intera panoplia del sublime. Il romanzo è saturo di tutta la gamma e le sfumature di terrore, passione e dell’Ineffabile.

Walpole combatté e si cimentò con queste nuove forme di espressione della paura risultando a tratti addirittura prolisso.

Il più famoso editore del romanzo di Walpole, Mr Lewis, scrisse a proposito de Il Castello di Otranto: “mi meraviglio di come uno scrittore così lucido e affascinante possa aver scritto un libro così confuso e goffo”.

E in effetti la lettura di questo romanzo in cui le virgolette che introducono i discorsi dei diversi personaggi sono quasi del tutto assenti dando al ‘paesaggio del testo’ una forma gotica, articolata come le segrete da cui scappano Isabella e Theodore, può essere un vero e proprio incubo per un lettore non allenato.

Nonostante ciò, questo breve romanzo in cui il gotico e il grottesco si uniscono dando vita a tratti a uno humour assolutamente consapevole da parte di Horace Walpole, a parere di chi scrive ha fornito un codice, un quadro di riferimento per gli scrittori delle future generazioni.

Il richiamo al Bardo, con la struttura del romanzo in cinque capitoli che rimanda alla divisione in cinque atti delle tragedie shakespeariane, viene sorprendentemente ‘tradita’ dal rispetto di Walpole delle unità aristoteliche. In particolare l’unità di tempo (la storia si svolge in tre giorni)è rispettata attraverso indicatori di tempo naturali (Alba/Tramonto) ma anche sovrannaturali (l’elmetto, la spada, i piedi, il braccio di Alfonso il Buono come ‘rintocchi’ alternativi che scandiscono il tempo).

Il Castello di Otranto si apre con l’attesa delle nozze di Corrado, unico figlio maschio di Manfredi, principe di Otranto, con Isabella, figlia del marchese di Vicenza: ma il giovane non si presenta e si scopre che nel giardino del castello c’è un enorme elmetto piumato sotto il quale giace il povero Corrado, morto schiacciato dal peso.

Il terribile evento è legato a una profezia, secondo la quale il castello di Otranto e il titolo di principe passeranno al vero proprietario quando questi diventerà troppo grande per abitarlo.

Manfredi annuncia a Isabella che intende ripudiare la moglie e sposarla.

La fanciulla, terrorizzata, fugge attraverso i sotterranei del castello verso la cattedrale vicina.

Nelle segrete incontra un giovane condannato a languire lì per aver notato che l’elmetto ‘assassino’ somiglia a quello di Alfonso il Buono, uno dei principi defunti della casa d’Otranto.

Il giovane aiuta Isabella a fuggire ma lui viene catturato dalle guardie di Manfredi e condannato a morte. Mentre sta per essere giustiziato, padre Jerome il prete che lo assiste, riconosce un segno a forma di freccia sul petto del ragazzo e capisce che è suo figlio Theodore e quindi erede al titolo di conte di Falconara. Matilda, figlia di Manfredi se ne innamora ma del giovane è ormai innamorata anche Isabella.

Nel frattempo giunge Federico, padre di Isabella, deciso a riprendersi la figlia, che si è rifugiata nel monastero, protetta da padre Jerome.

Intanto Manfredi e Federico decidono di concedersi reciprocamente la mano delle due figlie ma Manfredi, tratto in inganno dalla propria folle sete di dominio, uccide erroneamente sua figlia Matilda.

Mentre la fanciulla muore, il castello crolla tra tuoni e fulmini, distrutto fin nelle fondamenta; sulle sue rovine si erge immensa la figura di Alfonso il Buono, il cui spirito, ormai placato, incombe minaccioso su tutta la storia dall’inzio alla fine.

Il romanzo si conclude con la rivelazione che l’erede legittimo del titolo è Theodore e con le sue nozze con Isabella.

Manfredi, pentito, si ritira in convento per espiare fino all’ultimo le sue colpe.

Nel romanzo sono presenti molti temi su cui poggerà tutta la letteratura gotica successiva: la storia d’amore contrastato, derivata dal romanzo cavalleresco; le relazioni familiari profondamente disfunzionali con tratti incestuosi volti a disturbare e disgustare il lettore. Il rovesciamento sociale con lo sbilanciamento che ne deriva.

L’elemento favolistico: il castello incantato, la spada magica, l’elmetto vendicatore, la profezia, lo spettro di Alfonso e soprattutto il motivo della vergine in fuga, la ‘damsel in distress’. In tutto il romanzo si possono notare, inoltre, coppie di contrari: interno-esterno, grande-piccolo, ascesa-discesa, perdizione-salvezza, luce-oscurità, piacere-orrore che pongono il lettore a contatto con il Bene e il Male che albergano dentro ognuno di noi, facendone scaturire sensazioni di disagio miste a smarrimento na anche di divertita consapevolezza e giocosa scelta di campo.

I motivi letterari di questa pietra miliare della letteratura furono ripresi dalla generazione di romantici capeggiata da Mary Shelley con il suo Frankenstein e attraverso tutto il diciannovesimo secolo con il Dracula di Bram Stoker e il ventesimo secolo con i film horror e ovviamente tutta la cultura gotica che noi ancora abbiamo oggi.

È curioso notare che, mentre ha ispirato molto cinema horror, ne è stato invece fatto un solo adattamento cinematografico da parte del regista e documentarista ceco Jan Svankmajer nel 1977.

Il Castello Di Otranto è uno dei cortometraggi più sconosciuti del regista cecoslovacco, ma uno dei suoi migliori.

La trama del libro viene ridotta all’osso da Svankmajer, che in 10 minuti racconta tutto il necessario per capire quello che sta succedendo.

Non si segue la storia d’amore, perchè il vero interesse sta nel veder affrontare tutte le controtesi da un archeologo, che fonda il suo pensiero sulla forma magica che il cinema rappresenta e su quello che è capace di far vedere. Non importa se è la realtà o il sogno,realtà e finzione, cinema e fotografia, didascalie e libro intero.

Una fotografia meravigliosa e cupa osserva un paesaggio distorto.

Egli punta lo sguardo sui colori spenti e sul montaggio del materiale. Se prima vediamo pagine del libro da cui il cortometraggio è tratto, successivamente scrutiamo quello che sta succedendo nella trama, e infine osserviamo fotografie in bianco e nero, che suggellano ogni tentativo dello spettatore di entrare in quel mondo magico.

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