Il risveglio della fiaba: ‘La bella addormentata nel bosco’ (1959)

di Fabrizio Spurio

Nei cinema americani fa il suo debutto, il 29 gennaio del 1959, quello che negli studi Disney viene considerato il colossal dell’animazione, almeno fino a quel momento: ‘La Bella Addormentata nel Bosco’.

Ma prima di vedere la luce dei proiettori, il film ebbe una gestazione lunga e complessa e alla fine risultò essere stato più costoso di quanto effettivamente avrebbe poi incassato. La stesura della sceneggiatura iniziò intorno al 1951 e si protrasse per gli anni successivi. Alla fine il film occupò lo studio per un totale di sei anni. Walt Disney fino a quel momento aveva prodotto molti lungometraggi animati ma, in effetti, per quello che riguardava le fiabe classiche, ne aveva realizzate solamente due, ‘Biancaneve e i Sette Nani’ e ‘Cenerentola’. Erano stati due film che avevano riscosso un successo enorme; Biancaneve perchè era stato il primo lungometraggio animato della storia del cinema, e Cenerentola perchè era riuscita a risollevare le sorti economiche dello studio dopo il periodo di stasi che era seguito alla guerra. Walt Disney decise allora di iniziare con una nuova fiaba classica e scelse la versione dei fratelli Grimm anche se poi nella sigla di apertura si può leggere sui titoli che il film era nato dalla versione di Perrault.

Sì riscontrarono dei ‘nodi’ fin da subito.

Come poter offrire al pubblico un film che fosse diverso da quanto era stato già fatto e detto nelle due fiabe precedenti? Walt decise che l’unico modo per poter discostarsi dal passato era fare un film totalmente diverso dai precedenti. Lo stile dello studio fu rivoluzionato. Walt Disney decise di affidare lo stile grafico del film all’illustratore Eyvind Earle il quale iniziò a creare spettacolari bozzetti, ispirandosi alla ricca arte rinascimentale, a Bruegel, Botticelli, alla pittura fiamminga e agli arazzi dell’arte orientale ma anche all’Espressionismo e al Modernismo. Ne risultò un film come non se ne erano mai visti prima. Lo stile morbido e curvo dei film precedenti, da Biancaneve a Peter Pan ad Alice e Cenerentola fu abbandonato. Nella stilizzazione dei personaggi appaiono le righe dritte, gli spigoli. La verticalizzazione e la geometrizzazione delle figure. Le scenografie sono complesse: se prima per creare uno sfondo ci volevano dai due ai tre giorni per la Bella Addormentata ci potevano volere da una settimana ai dieci giorni. Un espediente tecnico che venne scelto per il film, fu la pellicola 70 millimetri. In precedenza era stato sperimentato lo schermo panoramico per il film Lilli e il Vagabondo. Essendo la storia di due cani, lo schermo panoramico era un modo per far sentire il punto di vista dei quadrupedi, un modo per portarci nel loro mondo ad altezza di ‘caviglia umana’.

Per la Bella Addormentata l’uso della pellicola viene perfezionato passando ad un 70 millimetri, che porta ad avere una pellicola finale larga il doppio di una pellicola di un film normale.

Per la Bella Addormentata si punta quindi alla spettacolarizzazione. Walt aveva detto che il suo desiderio era realizzare un film di quadri in movimento. In qualunque punto del film si fosse fermata l’immagine se ne poteva tirare fuori un’illustrazione, un quadro perfettamente completo. Le scenografie hanno uno stile estremamente gotico, con linee verticali che slanciano l’immagine verso l’alto. La geometria regna sovrana, persino le chiome degli alberi sono quadrate. I fondali sono ricchi di dettagli e punti luce, ogni momento del film ha le immagini perfettamente a fuoco e definite, se c’è un primo piano lo sfondo non risulta sfocato, tutto è precisamente visibile.

All’interno della trama però ci sono delle strane dinamiche. É il primo film dedicato a una principessa in cui la protagonista appare per pochissimo tempo.

Il film dura 75 minuti e per tutta la pellicola noi vediamo Aurora per soli 17 minuti.

I rimanenti 58 minuti seguono le vicende dei comprimari. Realmente il film si regge sui due veri antagonisti della pellicola: le tre fatine e Malefica.

Aurora non sa neanche di essere in pericolo, essendo stata tenuta all’oscuro di tutto dal giorno della sua nascita per non farla cadere nelle trappole di Malefica. Cosa che comunque avviene naturalmente. Le tre fatine Flora, Fauna e Serena sono i veri motori della vicenda, impegnate a proteggere la principessa nascondendola in una capanna nel bosco e vivendo con lei, come ‘zie’ mortali.

Le caratterizzazioni delle fate sono molto curate: dolci e determinate, non si tirano indietro quando, nel momento in cui il principe Filippo, l’unico che può risvegliare Aurora dal suo sonno maledetto, viene catturato da Malefica, decidono di andare al castello della strega per liberarlo. La particolarità ulteriore della produzione è che Aurora (creata sui tratti del volto di Audrey Hepburn) e Malefica sono state magistralmente animate dallo stesso artista Marc Davis (creatore nella pellicola successiva a questa anche della splendida Crudelia De Mon, la perfida del film La carica dei 101). Da un lato quindi la dolcezza e l’innocenza, dall’altro il male puro. Malefica è divenuta nel tempo un vero e proprio personaggio di culto. La strega è dominata da una forte invidia e vanità, mista ad una dose di gelosia, che ne determina le azioni. Malefica è una strega nel vero senso della parola: comanda fulmini e tempeste, crea foreste di rovi, lancia maledizioni mortali e rende sonnambule le sue vittime per poterle manipolare a suo piacimento.

La sua determinazione è spietata, ma in un certo senso la acceca, anche, dimostrando una sua certa superficialità: quando chiederà ai suoi folletti se hanno trovato la principessa, scopre con disappunto che loro, per sedici anni, hanno sempre cercato una bimba nella culla. Ma lei dove era in tutti quegli anni? Cosa faceva? Perché non ha controllato prima l’operato dei suoi goblin? Forse l’odio e la rabbia le impedivano di agire lucidamente… Più tardi, avverato il suo maleficio sulla principessa, ormai dormiente, reso prigioniero il principe, l’unico in grado di risvegliare la bella addormentata, confiderà al suo corvo prediletto: “finalmente, dopo sedici anni, dormirò bene”.

Quindi possiamo pensare che in tutto questo tempo il suo unico pensiero sia stato quello di vedere avverato il suo maleficio, di poter finalmente rovinare la vita del Re e della Regina, gettandoli in un dolore indicibile come solo la perdita di un figlio può causare.

E intanto i folletti, privi di un controllo reale, continuavano inconsapevoli a fallire nella loro missione. A questo punto entra in scena Diablo, il corvo prediletto di Malefica. Sarà lui a scoprire il luogo dove la principessa Aurora, ormai sedicenne, viene tenuta nascosta. Ancora una volta, al fianco del cattivo appare un accompagnatore, un famiglio che è votato totalmente al suo padrone.

Diablo è un corvo con una sua personalità, è il ‘galoppino’ di Malefica, in alcuni momenti è terrorizzato da lei, ma sa che a lui non farebbe mai del male; in altri invece si rende quasi fiero di essere il suo accompagnatore, guadagnandosi anche il diritto di starle su una spalla.

Malefica sembra quindi trionfare: riesce a far cadere Aurora nel suo sonno stregato, cattura il principe Filippo al quale confessa che darà la libertà, un giorno, dopo cento anni, passati i quali lui, ormai vecchio e debole, potrà risvegliare la sua bella, ma comunque anche lei anziana, per vivere quel poco di tempo che la vecchiaia potrebbe loro concedere. Un piano crudele, che priva i due innamorati della loro gioventù, dei loro anni migliori, e impedisce di fatto il poter assaporare il gusto dell’innamoramento che può sbocciare in due cuori, e l’eventuale nascita di figli per la creazione di quella famiglia che Malefica non potrà mai avere. Ecco suggerito dunque, il ritorno del motivo scatenante: l’invidia.

L’invidia per una vita normale, con amici, amori e sentimenti; emozioni e gioie che le sono state negate. E da qui l’odio incondizionato che cresce nel tempo, fino a non farla dormire se non prima che il suo piano sia completamente messo in atto. Ma quel piano, tanto pazientemente inseguito ed architettato, sarà destinato ad infrangersi. Filippo sarà soccorso da tre fate, con il loro aiuto riuscirà a fuggire dal castello maledetto. A quel punto Malefica non si fermerà davanti a nulla, pur di trionfare: dall’alto della sua torre scatenerà fulmini contro il principe in fuga, creerà una foresta di rovi intorno al castello dove riposa Aurora e quando vedrà che anche questo non basta allora si tramuterà in un drago pur di incenerire Filippo.

Naturalmente sarà tutto inutile, ed il coraggio del principe avrà la meglio sul drago sputa fuoco. Il finale del film è orchestrano in maniera ineccepibile, da solo potrebbe considerarsi un corto a parte.

Dal momento in cui Filippo viene liberato dalle tre fatine inizia una serie di colpi di scena, di inseguimenti e azioni che portano sempre un gradino più in alto verso la spettacolarità ed il climax finale. Nell’ordine vediamo Filippo inseguito dai folletti che gli rovesciano contro massi, frecce e pece bollente, ma sarà prontamente protetto dalle tre fatine; poi vediamo Malefica, dalla torre più alta del suo castello (e già qui si può intuire una ricerca di spettacolarità ed anche un po’ di megalomania, con la strega che governa il tutto dalla ‘sommità’ del suo potere), scagliare fulmini distruttori contro Filippo in fuga al galoppo con il suo cavallo. Una volta scampato il pericolo dei fulmini ecco un altro passo verso lo spettacolo: Malefica crea un turbine di nuvole dalle quali scaturiscono fulmini che daranno vita ad una foresta di rovi. Filippo supererà anche questo ostacolo, ed ecco allora il gran finale: Malefica si trasforma in un drago, tra esplosioni e fiamme, incendierà con il suo alito rovente la foresta di rovi. Siamo al culmine dell’azione, lo spettatore è incollato allo schermo da quest’orchestrazione potente che non cede un attimo all’esitazione. Lo scontro finale tra Filippo e Malefica\drago sarà sulla sommità di una rupe, il punto più alto di tutto il paesaggio. Sarà da quella rupe che il drago precipiterà colpito a morte dalla spada di Verità, chiudendo così l’orchestrazione di quest’opera spettacolare.

Spesso viene utilizzata la grafica del mantello della strega, per enfatizzarne i movimenti e i suoi stati d’animo: il vestito di Malefica si presta particolarmente ad esagerare i suoi movimenti, con le ampie maniche a pipistrello, il suo strascico simile a tentacoli; ogni sua mossa si porta dietro il frusciare delle vesti che sembrano quasi vivere di vita propria.

In finale possiamo dire che con Malefica ci troviamo davanti una donna sofisticata, elegantemente gotica e con un senso dell’umorismo che non fa ridere lo spettatore, ma anzi lo spinge ad odiarla sempre più. Ma si sa: alla fine ciò che dovremmo sfuggire ci tenta e quindi rimaniamo affascinati da questa donna totalmente dark. E in realtà è proprio Malefica il personaggio che ci sembra più compiuto. In quanto a Filippo ed Aurora, certo, sono i protagonisti, graficamente ineccepibili, ai quali è stata riservata una cura di animazione e una stilizzazione originale, ma la loro è un’immagine stereotipata sul piano morale del personaggio: addirittura a quasi tre quarti del film né Aurora né Filippo parleranno più, fino alla fine del lungometraggio.

Tutto lo svolgimento del film è accompagnato dalla musica. Ma non da uno score originale composto per l’occasione, bensì da una rielaborazione del celebre balletto ‘La bella Addormentata’ di Pëtr Il’ič Čajkovskij. La rielaborazione della colonna sonora fu affidata a George Bruns, che compose anche tre canzoni da altrettante musiche del celebre balletto. Walt, deciso a dare il meglio per il film, decise di sperimentare un suono stereo a sei tracce, così da creare un’esperienza ancora più coinvolgente per lo spettatore.

In definitiva un film spettacolare, di ampio respiro visivo, divenuto ormai una pietra miliare per l’animazione.

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