‘Stazione centrale’ (Egitto/1958 ), di Youssef Chahine

di Girolamo Di Noto.

Quello di Chahine è stato un nome importante per il cinema dei paesi arabi perché ha in un certo senso inaugurato la nascita di un cinema egiziano realista e impegnato, in pieno contrasto con l’imitazione di Hollywood che aveva fino a quel momento imperversato negli studios de Il Cairo.

Chahine è stato un regista che non si è mai lasciato rinchiudere in una categoria ben precisa, nemmeno in uno dei numerosi generi a cui si è avvicinato nel corso della sua carriera. Ha affrontato il film d’avventura (basti pensare a ‘Cielo infernale’, con Omar Sharif al suo esordio), il genere autobiografico (ad esempio ‘Alessandria, perché?’), senza dimenticare l’epopea con ‘Saladino’ o il film che lo ha reso celebre in Italia, il bellissimo ‘Il destino’ che racchiude musical, peplum, western, cappa e spada, melodramma, commedia.

Con ‘Stazione centrale’, Chahine abbraccia la lezione del neorealismo italiano, ma nel film vi sono anche tracce di noir americano e impegno politico. Per quanto radicato nella realtà egiziana, il cinema di Chahine ha toccato temi universali, ha preso posizione contro le dittature, i fanatismi, le ingiustizie sociali, dando visibilità alla popolazione ai margini de Il Cairo, gente comune, persone della strada. Come Nagib Mahfuz, uno dei più importanti scrittori egiziani, premio Nobel per la letteratura nel 1988. Chahine amava profondamente il popolo del Nilo, era molto attento a rappresentare un’umanità dolente, spesso molto misera, una società lontana da eroi ed eroine.

“Sono nato socialista, sono nato povero e ho sofferto molto per riuscire a trasmettere certe cose. Come non avere simpatia verso il contadino disprezzato, verso l’operaio maltrattato? Questa dimensione sociale nei miei film era spontanea”.

Eppure questa riflessione che il regista pone sull’uomo, questo desiderio di fare film per combattere ogni forma di repressione non trova un ottimo riscontro all’inizio del suo percorso culturale. Stazione centrale ebbe in Egitto una pessima accoglienza. Alla prima del film sputarono in faccia al regista. “Cos’è questa schifezza? A chi importa di uno zoppo?” Secondo il pubblico era stata data una pessima immagine dell’Egitto. Giudizio severo dettato soprattutto dal modo in cui il regista rappresenta le condizioni di sfruttamento del proletariato e che in un certo senso ricorda la celebre battuta di Giulio Andreotti: “I panni sporchi si lavano in famiglia”, riferita al capolavoro ‘Umberto D’ di De Sica. In realtà, Chahine firma un’opera completamente diversa dai film d’amore sfornati in serie in quel periodo dall’industria cinematografica egiziana. Inizialmente costituirà una novità, un colpo allo stomaco, in seguito diventerà un classico del cinema arabo.

Ambientato nella stazione centrale del Cairo, il film narra la storia di Qinawi (interpretato magistralmente dallo stesso regista), un vagabondo zoppo che si guadagna da vivere come venditore ambulante di giornali, che è letteralmente ossessionato dalla bella e procace venditrice di bibite Hanuma. Lei però non ha occhi che per un facchino bello e possente, Abou Serib, rappresentante sindacale dei lavoratori più umili della stazione. Accecato e frustrato dal proprio amore impossibile, Qinawi non supporterà a lungo l’indifferenza dell’amata, facendo precipitare il film nel dramma.

Il regista concentra tutta la sua attenzione nel luogo dove è ambientata la storia. Nel microcosmo della stazione ferroviaria de Il Cairo, si trova una variegata umanità di impiegati, passeggeri, vagabondi, gente comune che porta con sé vitalità, contraddizioni, ipocrisie, segreti, ossessioni. Come ne ‘Il vicolo del mortaio’ di Mahfouz, la strada de Il Cairo pullula di vita, nella sua nudità essenziale e drammatica, così la stazione qui diventa il luogo dove tutto accade, dove si sognano desideri irraggiungibili , dove si sopravvive lavorando clandestinamente, dove ci sono assemblee sindacali dei facchini, sguardi allusivi, addii.Il contesto della stazione, metafora della società, fornisce l’occasione al regista di seguire i destini di più personaggi. Tra essi spiccano i due protagonisti : Qinawi e Hanuma. Lui è un emarginato tra gli emarginati, un intruso nella società. Colleziona ritagli di giornali in cui sono ritratti donne che può solo sognare di avere, accelera in questo modo l’evolversi di una frustrazione che presto sconfinerà in follia. Si invaghisce di Hanuma, ha dei desideri, ma il desiderio purtroppo è spietato. Ama quegli occhi incantevoli, quel bel volto, quel corpo che stilla tentazione, arriva a proporre a lei un impossibile matrimonio ricco di gioielli e felicità, mentre lei- in una delle scene più belle- è girata verso il mondo che l’attende e nemmeno lo guarda in faccia.

Se Qinawi è un invisibile, un reietto, uno zimbello degli altri, Hanuma al contrario è desiderata, solare, bella e incantevole nel suo gioco di seduzione.La sua volontà di fuggire dai bassifondi della sua condizione di venditrice clandestina di bibite è accompagnata dalla fiducia in se stessa e dal sogno di una vita migliore. Si lascia andare a dolci speranze, piena di gioia e ardore giovanile. Deve fare i conti però con una realtà ancora lontana dai suoi progetti: è promessa al facchino Abou Serib, ma intanto è perseguitata dalla polizia e dal frustrato Qinawi. La stazione diventa così luogo di desideri, lo spazio del dramma in cui si caccia e si è cacciati e l’amore- come nel caso di Qinawi- non può che essere solo sognato, ma dentro ad una camicia di forza, unico e solo triste abito nuziale in grado di placare il suo desiderio di voler uccidere chi lo rifiuta.

Un cinema vitale, aperto alle contraddizioni del mondo, alla complessità degli affetti che merita di essere riscoperto e avere maggiore visibilità perché non solo è pregno di cultura, ma sa offrire squarci di poesia e sguardi d’autore profondi e rigeneranti.

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